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Internet è un’opportunità mancata per l’industria musicale?

Era l’estate del 1989. Il giorno del mio decimo compleanno i miei genitori mi regalarono un mangianastri portatile a doppia piastra. Era un vecchio modello della Sony, di colore nero e con delle strisce verdi e fucsia sui lati, dal design tutt’altro che attraente ma che faceva bene il suo lavoro. Passavo i pomeriggi con un mio compagno di scuola a duplicare cassette con le sigle dei nostri cartoni animati preferiti. Le vendevamo ai nostri amici a prezzi popolari, al costo della cassetta vergine o anche gratis se la richiesta proveniva da qualche ragazzina che ci piaceva.

Un giorno ci capitò tra le mani l’album “Foreign Affair” di Tina Turner. Lo duplicammo e ne tenemmo una copia per noi. Facemmo lo stesso per “Like a Prayer” di Madonna e “Money for Nothing” dei Dire Straits. All’epoca era roba che spopolava in radio. Un tizio ci chiese uno stock di una dozzina di copie di ciascun album. Le piazzammo con un markup pari al trenta percento del costo della cassetta vergine. A metà luglio, circa un mese dopo l’avvio della nostra attività, ne avevamo smerciate più di un centinaio. Alla fine del mese avevamo racimolato l’equivalente di un centinaio di dollari. Era quanto bastava per goderci le vacanze estive. Spartimmo i ricavi cinquanta e cinquanta e chiudemmo la baracca.

Alla fine degli anni Novanta, con la rapida diffusione di internet, le Major discografiche investirono pesantemente sul mercato on-line per far fronte alla crisi delle vendite, colpite sensibilmente dalla pirateria fisica dei supporti. La rete però si rivelò, più che un’opportunita, un’incubo senza fine per l’industria dell’entertainment in genere. Solo per l’industria discografica, secondo le ultime cifre diffuse dall’Institute for Policy Innovation, le perdite causate dalla pirateria digitale, ogni anno si aggirano intorno ai 13 miliardi di dollari. Alcune statistiche riportano che il 95% della musica scaricata dalla rete è illegale. In media in un iPod di un adolescente americano ci sono circa 800 dollari di materiale contraffatto. Moltiplicato per il numero di iPod in circolazione, escludendo le altre devices, il conto è presto fatto.

I sistemi di protezione DRM sono solo fumo negli occhi. Sono un meccanismo facilmente aggirabile e del tutto inutile se basta una semplice ricerca su un qualsiasi motore di ricerca o su un client per il file sharing per avere accesso ad una mole sconfinata di dati illegali. Nonostante gli sforzi da parte degli organismi preposti alla lotta alla pirateria on-line, il fenomeno è incontrollabile e riguarda, su larga scala, anche la regolamentazione di internet a livello sovranazionale. Mi chiedo intanto se escludere dai risultati dei motori di ricerca quei siti che ospitano materiale illegale, rendendone in tal modo più difficile la rintracciabilità da parte degli utenti finali, non possa costituire un primo timido passo avanti nell’arginare il fenomeno. Non sarebbe risolutivo, ma renderebbe più complicato l’incontro tra domanda e offerta.

L’altro giorno una ragazzina sulla metro stava mostrando tutta la discografia di Lady Gaga custodita nel suo iPod ad una sua amica. Questa le ha chiesto: da dove l’hai scaricata? L’altra ha risposto: da un sito che ho trovato su Google!

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