Facebook, Twitter e la nuova bolla speculativa di Internet
L’annuncio risale ad alcuni giorni fa ed è di quelli che lasciano a bocca aperta per le cifre tirate in ballo. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, JP Morgan ha dichiarato di voler investire una somma tra i $500-750 milioni di dollari in un fondo destinato alle internet e digital-media company tra cui Facebook e Twitter.
Sono cifre impressionanti che portano inevitabilmente a riflettere sulla distorta percezione del valore delle società legate alla Internet economy (per fare un confronto, il costo di una missione di uno Shuttle si aggira in media intorno ai 450 milioni di dollari).
Le Internet company come Facebook e Twitter sono nient’altro che piattaforme di condivisione di informazioni. Non erogano servizi a valore aggiunto e non forniscono prodotti che generano direttamente ricchezza. Il principale indicatore che ad oggi determina il loro valore monetario è il numero di utenti e la loro distribuzione geografica a livello globale.
Nel giro di un biennio è realistico aspettarsi che il tasso di crescita dei più famosi social network subirà una drastica frenata raggiungendo un fisiologico livello di saturazione. L’andamento della loro popolazione tenderà ad assestarsi attorno ad un valore limite e, in mancanza di altre leve significative, una crescita ridotta in termini di utenti sarà percepita dagli investitori come un fattore di recessione.
Facebook, Twitter e, in via più generale, tutte le internet company sopravvivono prevalentemente grazie all’adozione di un modello di business basato sui ricavi pubblicitari. È un modello che da sempre funziona ma è altrettanto debole nei momenti in cui il mercato mostra segni di incertezza. Le internet company non hanno leve per condizionare il mercato (come ad esempio il lancio di un nuovo prodotto) ma lo subiscono passivamente nei cicli periodici di boom e recessione. Spesso però a rapide scalate corrispondono violente cadute altrettanto dolorose.
Dalle cifre in ballo sembra di assistere di nuovo a quel momento d’isteria collettiva che si respirava nel periodo del boom di internet alla fine degli anni Novanta. Di lì a poco la bolla speculativa della dot economy sarebbe esplosa con un fragore assordante.
La storia, evidentemente, non insegna nulla.

Questa purtroppo è solo una delle mille sfaccettature dell’isterismo capitalistico che pensavo avesse avuto un qualche genere di freno con la crisi di qualche anno fà. Cosa che evidentemente non è successa.
Ricordiamoci che le bolle sono sempre create ad hoc da chi detiene già una posizione per poterci lucrare, in questo caso, principalmente VC e banche.
Penso però che i responsabili del gonfiarsi e successivo scoppio di queste bolle non siano questi ma piuttosto gli investitori e i consumatori che si lasciano trascinare dalla massa a giochi già fatti, senza valutare opportunamente il valore reale che l’azienda può avere nel medio periodo e non quello meramente potenziale a lunga scadenza (volutamente drogato da chi ha acquisito partecipazioni strategiche).
Nel caso specifico di Facebook e Twitter, ritengo abbiano sì un alto valore, giustificato anche dal settore social (oggi più maturo dei tempi d’oro di MySpace), ma certamente non ai livelli sbandierati in questi giorni. Come l’esempio dello Shuttle citato nell’articolo, è sempre opportuno fare un raffronto con valutazioni di altre aziende in altri settori per capire cosa comporti un valore di decine di miliardi si $.
A mio parere, un social network come Facebook, che si espanda anche in tutto il mondo, potrà difficilmente valere più di 500 milioni di $ nel lungo periodo, a meno che non offra servizi a valore aggiunto realmente utili al cliente.
Ricordiamoci che le bolle sono sempre create ad hoc da chi detiene già una posizione per poterci lucrare, in questo caso, principalmente VC e banche.
A mio parere, un social network come Facebook, che si espanda anche in tutto il mondo, potrà difficilmente valere più di 500 milioni di $ nel lungo periodo, a meno che non offra servizi a valore aggiunto realmente utili al cliente.