Archive for October, 2011

Indigeni Digitali: la nuova forma del networking italiano

Sunday, October 30th, 2011

Ho incontrato per la prima volta Fabio Lalli circa un anno fa. Eravamo ad un incontro organizzato da Telecom Italia. Ospiti: Naveen Selvadurai, co-fondatore di Foursquare, e Dina Kaplan, co-fondatrice di blip.tv.

A moderare la sessione c’erano self-proclaimed guru della prima ora dell’internet italiano e qualche giornalista televisivo più adatto alle tribune politiche che non ad una riflessione seria e sensata su internet e la tecnologia. In tutto circa un centinaio di persone tra il pubblico per una serata tutto sommato anonima e prima di spunti interessanti.

In quell’occasione Fabio mi parlò di un suo progetto che era quello di creare un grande network italiano, un vero e proprio movimento che nasceva dal basso, capace di racchiudere al suo interno tutte le diverse anime che ruotano intorno ad Internet, tra startupper, blogger, web celebrity, programmatori, investitori e semplici curiosi.

Il meccanismo era semplice, basato sul modello delle serate-aperitivo. Niente presentazioni, niente cattedre o professori. Niente rapporti verticali tra organizzatori ed invitati. Una free-zone dove stabilire direttamente nuove relazioni e conoscenze in modo orizzontale tra tutti i partecipanti.

L’idea ha funzionato. A distanza di un anno gli Indigeni Digitali sono più di tremila persone in tutta Italia che si danno appuntamento regolarmente a Roma, Milano, Napoli e in altre città italiane. È un network in continua crescita che conta centinaia di persone ad ogni incontro, che ha contribuito a creare collaborazioni e a instaurare amicizie reali al di fuori della rete.

Chiunque voglia iscriversi può farlo gratuitamente attraverso il gruppo su Facebook o il sito web ufficiale.

Prossima tappa Milano, 15 novembre. Ci vediamo lì.

Gli scontri di Roma e il day after della blogosfera italiana

Sunday, October 16th, 2011

The Day After era il titolo di un bel libro di Whitley Strieber and James Kunetka uscito nel 1984. Sotto forma di reportage giornalistico raccontava il viaggio dei due autori in quello che era rimasto dell’America dopo il 28 ottobre 1988 quando I Russi, non avendo meglio da fare, avevano sganciato sul Nord America tutto il loro arsenale atomico. Gli Americani avevano contrattaccato e ricambiato il favore. In trentasei minuti era successo un gran casino. Adieu a tout le monde.

Ieri a Roma è successo lo stesso gran casino. Un’esplosione atomica a livello sociale. Genova evidentemente non ha insegnato niente. Siamo un popolo a cui piace guardare sempre indietro senza però muovere un passo in avanti. Siamo un popolo incattivito gli uni contro gli altri. Incapace di essere unito e di evitare inutili polemiche anche quando il buonsenso lo imporrebbe.

La blogosfera italiana, come naturale, in queste ore è esplosa con una miriade di post sull’argomento. I blogger di destra se la prendono con la sinistra. Quelli di sinistra se la prendono col governo. Quelli che non si riconoscono né nell’una né nell’altra parte se la prendono con tutto il sistema. È una guerra al massacro tutti contro tutti. Una sassaiola verbale a distanza senza senso.

Non può essere una questione di ideologia spostare le colpe di quello che è successo ieri di qua o al di là dell’asticella, a seconda se la si pensi bianco o nero. Evitiamo certe sparate ed esagerazioni. Altrimenti si finisce come quello che per cambiare le cose in questo paese si augura che scoppi una bella bomba in qualche supermercato. Se ci finisse in mezzo tua figlia di sei anni non credo che ne avresti tanta voglia.

Cerchiamo di essere tutti più equilibrati. Altrimenti davvero, inutile andare avanti. E allora peggio che mai. Adieu a tout le monde.

Google+ la pacchia è già finita

Friday, October 14th, 2011

Sarà stata la novità ad ingannare. Ma dopo il botto iniziale, Google+ ha già stancato. È un po’ come quando ci si fissa con una donna e, dopo un paio di mesi di vita di coppia, si scopre che non è poi tutto questo granché.

All’inizio la cosa ti prende e ti piace. Poi cominci a guardare le altre o a rimpiangere il primo amore, in questo caso Facebook, e capisci che hai perso molto e guadagnato molto poco. Ammetto che ho iniziato ad usare Google+ con entusiasmo e per adesso continuo ad usarlo, anche se non so per quanto ancora.

Nonostante i quaranta milioni di utenti attivi dichiarati da Mountain View, circolano numeri (non ufficiali) che non fanno granché sorridere Sergey Brin e Larry Page. Secondo vari report, nelle ultime settimane il traffico sul social network di Google è crollato del 60%. Da Google non confermano né smentiscono. Hanno altri problemi d’immagine da risolvere.

Nei giorni scorsi, un ingegnere di Mountain View, un certo Steve Yegge, ha per sbaglio divulgato pubblicamente un post che definisce Google+ un “ripensamento patetico” e “una reazione istintiva” al successo di Facebook. E l’ingenuo ragazzotto, per pura distrazione, non immaginando di condividere il post con tutto il mondo se la prende direttamente con Larry, Sergey e Eric Schmidt per la loro scarsa mancanza di vedute. Apriti cielo. Nessuno adesso vorrebbe trovarsi nei panni del povero Steve. Chissà che brutti quarti d’ora starà passando.

Ma ormai il danno d’immagine è stato fatto. E, come se non bastasse, le brutte notizie arrivano sempre in coppia. Perché oggi Google ha chiuso Google Buzz, l’ingloriosa risposta a Twitter che ha avuto una freddissima accoglienza di pubblico dopo l’usuale botto iniziale dei prodotti lanciati da big G.

Sembra che Google, nel mercato dei social non ne azzecchi mai una. Tanto vale ripensare al proprio business e focalizzarsi sulla ricerca piuttosto che sottrarre risorse impiegabili in innovazione in prodotti che non funzionano. Chissà se questa volta a Mountain View l’avranno capito. E chissà se Google+ arriverà mai a dicembre 2012.

Quest’Italia che tutti detestano

Monday, October 10th, 2011

Voglio andare contro corrente. Rendermi impopolare.
Sto qui a parlare bene dell’Italia.

Non va tutto bene, d’accordo. Ma non va neanche tutto così irreparabilmente male. Non sono uno a cui piace nascondere la polvere sotto il tappeto. Ma non scambio nemmeno una vibrazione per un terremoto.

Non me la sento, io, di prendermela col sistema paese se da noi non nasce uno come Steve Jobs. Se non altro perché, in tutto il mondo, ne è nato soltanto uno negli ultimi cinquant’anni. O allora anche gli altri Paesi sono messi male o, più realisticamente, geni di questa levatura sono assai rari e non è un caso che essi trovino il loro naturale terreno fertile in quel fazzoletto di terra, che è il cuore dell’industria informatica di consumo globale, che porta il nome di Silicon Valley.

I soliti predicatori continuano a ripetere che non c’è innovazione in questo Paese. Mi viene spontaneo chiedere da che parte stiano guardando. L’Italia è fatta di tante eccellenze, non da ultimo nel campo della tecnologia. Siamo l’avanguardia mondiale nello sviluppo e produzione di tecnologie spaziali, tanto per dirne una. Ma questo forse non è abbastanza cool come tre ragazzotti che conquistano il mondo con un’applicazione da 140 caratteri.

Per una volta, troviamo l’onestà di non alimentare ulteriormente la nostra mediocrità dando la colpa a quello che c’è lì fuori per i nostri insuccessi personali. Chi ha un’idea e la determinazione necessaria per realizzarla se ne frega di quello che ha intorno. Le condizioni se le crea. Contro tutto e contro tutti.

Io, in tutta onestà, non ne sarei capace. Né qui, né in nessun’altra parte del mondo. Se dovessi farne una questione di vita o di morte, me la prenderei solo con me stesso per non esserci riuscito.

E’ facile sparare contro ogni cosa che si muove. Soprattutto quando si è troppo bravi da rimanere sempre e solo a guardare.

Perché Apple non può permettersi di presentare un iPhone 4S

Monday, October 3rd, 2011

Tra poche ore, dal Town Hall auditorium, dal quartier generale di Cupertino, Tim Cook, il nuovo CEO di Apple, presenterà il nuovo iPhone 5.

I rumors circolati in rete nei giorni scorsi danno però per più probabile il lancio di un iPhone 4S, una versione più avanzata dell’attuale modello in circolazione senza però quel tratto innovativo che segna il salto evolutivo tra una generazione e quella successiva della device di casa Apple. Un po’ come è accaduto in precedenza con l’iPhone 3 e l’iPhone 3GS: design simile, miglioramenti al “core” della device ma del tutto o quasi trasparenti per gli utenti finali.

Credo che domani le cose andranno diversamente. Dopo l’abbandono di Steve Jobs dalla guida di Apple e il passaggio dello scettro del comando a Tim Cook, l’esigenza di Cupertino è quella di incoronare il nuovo re in grande stile e legittimarlo come degno successore del suo predecessore con un prodotto all’altezza della situazione.

Non basterà un semplice miglioramento di qualcosa che abbiamo già visto e non basterà un iPhone 4S per questo. Serve un segno distintivo che marchi l’inizio dell’era di Cook, qualcosa che stupisca di nuovo la platea, un iPhone 5 che non è un iPhone 4 “modificato”.

Personalmente non credo che Apple sottovaluti questo delicato passaggio. L’allontanamento di Jobs in un momento in cui il cambio al vertice non poteva recare alcun danno alla società (lontano cioè dalla presentazione dei nuovi prodotti) è già un indizio sufficiente di questo pragmatismo.

Un iPhone 4S non accontenterà nessuno. L’effetto tra i delusi che si aspettavano un iPhone 5 e soprattutto dal mercato potrebbe essere spiacevole.

Domani vedremo. Ma io scommetto per l’iPhone 5.

Facebook Timeline: perché non c’è più spazio per nessun altro concorrente del social network di Zuckerberg

Sunday, October 2nd, 2011

Ho aspettato una settimana prima di scrivere questo post. Una settimana in cui ho ricominciato ad usare Facebook con la stessa curiosità e interesse di quando ho creato il mio profilo a giugno del 2007.

Zuckerberg ha fatto centro di nuovo. L’introduzione di Timeline non rappresenta solo la naturale evoluzione dei vecchi profili ma, più di tutto, costituisce la perfetta piattaforma per la trasposizione digitale della propria vita sul social network che, negli ultimi anni, ha avuto il merito di aver cambiato irreversibilmente le nostre abitudini e il nostro modo di interagire online.

Il concetto di Timeline, a onor del vero, non è un’invenzione di Palo Alto. Nel recente passato hanno provato ad introdurlo, senza successo, altri social network passati nel completo anonimato. Con Facebook andrà diversamente.

Immaginate solo le possibilità da questo momento in poi. Facebook era già un hub d’informazioni che raccoglieva la vita quotidiana di milioni di persone. Con l’introduzione di Timeline diventa la memoria storica dell’umanità. E’ un’idea affascinante quanto impressionante. Un immenso backup della vita di milioni di persone disponibile online.

Improvvisamente Google+, che ho sempre usato in parallelo e per il quale ho speso in tutti i miei recenti post commenti positivi, è diventato obsoleto e assai poco attraente, distante un’era geologica dal suo inarrivabile concorrente. E così, a parte Twitter, è per tutti gli altri.

Non c’è più spazio per nessuno. Facebook ha vinto.