Archive for November, 2011

Twitter e celebrities: quando tutto fa notizia

Sunday, November 27th, 2011

[Perdonatemi per la poca verve nel video... ma l'ho registrato ieri sera molto tardi. Siate buoni.]

Che cosa sta accadendo a Twitter? In Italia ormai sembra che il fenomeno stia esplodendo in maniera inarrestabile tant’è che, dopo Facebook, tutti ormai corrono ad aprirsi un profilo sulla popolare piattaforma di micro blogging.

In mezzo a questi “tutti” c’è una categoria ben precisa che è quella delle celebrities: musicisti, attori, presentatori, modelle, sportivi e personaggi più o meno noti che stanno invadendo il social network sulla scia del successo riscontrato da molti loro colleghi d’oltreoceano che sono riusciti a diventare incredibilmente popolari attraverso questa forma di comunicazione in soli 140 caratteri.

Non è strano quindi, che in un sistema perverso come quello dei media, dove ormai tutto fa notizia, i tweet che queste celebrities nostrane postano quotidianamente sui loro profili diventano fonte immancabile di ispirazione per ogni genere di articolo e servizio dai quotidiani ai telegiornali e, in linea generale, per qualsiasi altra forma comunicativa alternativa rivolta al grande pubblico dentro e fuori la rete.

Ultimamente basta aprire le pagine online de La Repubblica o del Corriere della Sera (tanto per citare alcuni dei maggiori quotidiani italiani) che non passa giorno che troviate almeno un articolo che parli di qualche vicenda legata a twitter di Fiorello, Jovanotti, Facchinetti, la Marcuzzi e tanti altri.

Per carità questo è sano gossip ed è giusto che ci sia ma, onestamente: abbiamo veramente tutto questo bisogno di sentirci raccontare dai giornali questo genere di storie e di dargli così tanta importanza da meritarsi addirittura un passaggio al telegiornale?

Che un certo tipo di giornalismo abbia anche bisogno di questi contenuti siamo tutti d’accordo però, almeno in certe situazioni, cerchiamo di avere il buongusto di non esagerare.

Quello che un blog non dovrebbe mai essere: il caso Mashable

Saturday, November 26th, 2011

Voglio parlvi di un certo approccio editoriale “spazzatura” che da qualche tempo sta contraddistinguendo certi siti di rilievo come Mashable, che assieme a TechCrunch è uno dei più letti aggregatori di news in ambito tecnologico della rete.

Dopo tutta una serie di articoli come “i 6 video più visti su YouTube della settimana”, “i 50 tweet più curiosi della settimana” o ancora “le 6 storie sui social media che vi siete persi questa settimana”, questa volta Pete Cashmore & company hanno davvero toccato il fondo con un articolo agghiacciante: “6 top comments of the week”.

Lascio perdere ogni considerazione ulteriore sull’argomento che potete trovare già in questo video ma ritengo che tutto ciò sia il peggio della rete: tutto quello che un blog non dovrebbe mai essere.

Wikipedia, la campagna donazioni e l’appello di Jimmy Wales: perché non sborserò un centesimo.

Wednesday, November 23rd, 2011

Ogni anno arriva sempre puntuale come le feste comandate. Si materializza con la solita faccia rassicurante di Jimmy Wales e un link con un breve messaggio di testo che compare su tutte le voci di Wikipedia: “Per favore, leggi: appello personale del fondatore”.

Che poi tu incuriosito, ci caschi ogni volta. E scopri che l’appello in questione è sempre lo stesso, quello che hai già letto l’anno prima e chiede sempre la stessa cosa: ci servono soldi, sarebbe il caso che tu ne sganciassi qualcuno.

Ho donato a Wikipedia per alcuni anni consecutivi. In genere una piccola somma simbolica a due zeri. L’anno scorso l’ho fatto con un po’ di scetticismo in più rispetto agli anni passati per vari motivi (inaccuratezza, inattendibilità e faziosità di alcune voci, errori o svarioni più o meno evidenti, varie ed eventuali).

Quest’anno però non lo farò per un motivo ben preciso che riguarda il contenuto dell’appello di Wales.

L’ho letto e riletto. E più lo rileggo e più lo trovo invadente, fastidioso e antipatico. Soprattutto sul finale. Quando parte con quel “se tutti quelli che leggono questo messaggio donassero 5€, dovremmo richiedere donazioni solo un giorno all’anno” per poi continuare con “ma non tutti possono o intendono donare”.

Non chiedetemi perché, ma lo trovo davvero urticante. Il possono lo tollero, l’intendono un po’ meno. È come quando qualcuno vuole insinuarti in modo strisciante un senso di colpa per qualcosa di cui tu non sei responsabile. Tant’è che Wales continua con “e va bene così”. Tanto “ogni anno, decide di donare proprio il numero di persone sufficiente”.

Che leggendo tra le righe suona tanto come un “possiamo anche farcela senza quelli come te che leggono solo a sbafo queste pagine”.

E questa cosa, caro Wales, non mi piace. Perché da utente che non può o non intende donare un centesimo, per usufruire di contenuti dalla qualità in alcuni casi passabile, in altri decisamente meno, non voglio proprio sentirmelo dire.

Un ministro per Internet? No grazie.

Thursday, November 17th, 2011

L’articolo è comparso sull’edizione online del Corriere del 16 novembre a firma di Massimo Sideri. La domanda è: “perché non iniziare a pensare a un ministro di Internet anche senza portafoglio”?

Io risponderei di no, grazie. Per carità, risparmiatecelo. Un ministro e un ministero per mettere in piedi un inutile, mastodontico, apparato burocratico applicato alla rete e alle sue dinamiche. Quale sarebbe la necessità? Quella di “dialogare con il ribollente mondo delle startup”? Stiamo scherzando, spero.

Immaginate i casini, i conflitti d’interesse, i perversi giochi della politica applicati a tutto ciò che ruota attorno ad Internet. Figuratevi il momento in cui questa entità vaga e pretestuosa, dalle competenze indefinibili, diventasse l’interlocutore privilegiato per chiunque voglia lanciarsi nel mondo dell’imprenditoria on-line. Quando una tessera di partito (possibilmente di maggioranza) diventasse più importante di una buona idea alla base di una qualsiasi startup.

Sentiamo proprio così tanto il bisogno di dover inquinare la rete con il tipico meccanismo clientelare che si innesca inevitabilmente nei corridoi dei palazzi del potere? Un dicastero dedicato ad Internet servirebbe a formare una classe dirigente che “capisca cos’è un mouse” o a mantenerla?

A pensar male spesso ci si azzecca. Non sono affatto sicuro della prima risposta. Ed è anche per questo che dico no.

Facebook Facts 2011: Infographic

Friday, November 11th, 2011

Research in Motion crolla in borsa e perde il 66% dall’inizio dell’anno: è la fine del BlackBerry?

Tuesday, November 8th, 2011

C’era un volta il BlackBerry. Amato e sfoggiato dalle star di Hollywood fino agli assi dello sport, lo smartphone prodotto dalla canadese Research In Motion (RIM) divenne un vero e proprio oggetto di culto negli anni in cui l’iPhone era ancora un prototipo in fase di sviluppo nei laboratori della Apple.

Ma la vita, si sa, ha alti e bassi e per Research In Motion le cose non si stanno mettendo granché bene. La sua quota nel mercato delle device mobile, dominato dai dispositivi Android e iOS, continua ad assottigliassi e le azioni segnano un rosso permanente da diverse settimane.

Durante gli scambi della giornata, Il titolo è sceso a $18,79 ad azione toccando il minimo storico dell’anno. A settembre il valore era già precipitato pericolosamente sotto i $30 dollari ad azione e da quel momento in poi non ha più accennato a risalire. Un trend negativo preoccupante se si considera soprattutto che tra febbraio e marzo di quest’anno ne valeva $70,54.

Il nuovo smartphone BlackBerry Bold è bello. Ha un design eccellente e meriterebbe un posto di riguardo nel mercato. Ad essere onesto, dopo l’iPhone sarebbe la mia second best.

Ma le limitazioni del sistema operativo, che non riesce a competere adeguatamente né con iOS né con Android, e la recente apocalisse dei datacenter RIM che ha reso inaccessibile per diversi giorni il celebre servizio di posta elettronica a milioni di utenti BlackBerry, non lo rendono un prodotto granché attraente per i potenziali nuovi clienti.

C’era una volta il BlackBerry. Chissà per quanto ancora ci sarà.

Instagram annuncia l’imminente arrivo dei video sulla piattaforma di photo sharing

Sunday, November 6th, 2011

Dopo aver rivoluzionato il mondo del photo sharing, Kevin Systrom, CEO di Instagram, in un’intervista a TechCrunch ha confermato che l’introduzione dei video è in cima alla lista delle priorità dello sviluppo della popolare applicazione di photo sharing per iPhone che, in poco più di un anno, ha raggiunto la ragguardevole cifra di dieci milioni di utenti attivi.

Il meccanismo d’uso della funzionalità video sarà identico a quanto avviene già per le foto. L’utente registra un video, applica un filtro e lo condivide con i propri followers.

Nel passato anche Flickr, il servizio per il foto sharing di Yahoo! dedicato ai fotografi professionisti, aveva provato ad introdurre una funzionalità del genere, lasciando all’utente la possibilità di caricare video della lunghezza massima di 90 secondi sul proprio profilo. L’accoglienza è stata timida e nel lungo periodo la funzionalità si è dimostrata un mezzo flop.

Il perché è abbastanza immediato. C’è una differenza fondamentale tra foto e video che sta principalmente nel loro “peso” in termini di bit. L’upload di una foto su un server da una device mobile richiede, con le attuali connessioni 3G, soltanto pochi secondi. Caricare un video (in formato HD) è invece tutta un’altra storia: qualche decina di mega, se basta, che si traduce in diverse decine di minuti d’attesa per l’upload.

Il successo di Instagram sta fondamentalmente nella sua facilità d’uso e immediatezza. Si apre l’applicazione, si scatta, si sceglie un filtro e cinque secondi dopo la foto è on line. Registrare un video già di per se richiede più tempo e l’upload (anche se in forma compressa) da connessione mobile può diventare proibitivo.

Tutto starà nel vedere come la nuova funzionalità sarà implementata e verrà accolta dagli utenti. Stando ai rumors che circolano, l’attesa non durerà a lungo.

Suggerimenti per New York

Sunday, November 6th, 2011

Vorrei prenotare il prossimo viaggio a New York tra Natale e Capodanno. Se vi capita di andare nella Big City, non perdetevi i link di cui parlo nel video:

Ajna Bar (ex Buddha Bar) – http://ajnabarnyc.com/
Oak Room (Hotel Plaza) – http://www.oakroomny.com/
Dos Caminos – http://www.doscaminos.com/
Bubba-Gump – http://www.bubbagump.com/
Circle Line Crociere – http://www.circleline42.com/

Ho dimenticato, tra i ristoranti, di citare Balthazar, dove si mangia benissimo e si possono incontrare attori e stelle dello spettacolo molto facilmente. Buon divertimento!

Foursquare perde utenti in Italia: e nel resto del mondo non va meglio

Sunday, November 6th, 2011

Da alcune settimane ho smesso di utilizzare Foursquare. I miei check-in si fanno sempre più radi. Il mio profilo è congelato a 547 check-in, 1000 amici (non posso aggiungerne altri per un limite del sistema), 568 pending request e una ventina di badge sbloccati.

Sto abbandonando Foursquare perché non trovo nel suo utilizzo alcuna reale utilità se non quella di scatenare una sorta di mania da check-in compulsivo da cui voglio ben guardarmi.

Negli ultimi mesi, le statistiche che circolano sul servizio creato da Dennis Crowley e Naveen Selvadurai non sembrano molto incoraggianti. Foursquare perde utenti un po’ dappertutto e l’euforia della prima ora si è ormai spenta. Ho come l’impressione che sia stato un enorme fuoco d’artificio: un botto fragoroso destinato a brillare per poco.

I dati sull’Italia sono abbastanza miseri. Google Trends, che in genere con le sue stime ci azzecca con una precisione che tende all’andamento reale dell’andamento di un sito, stima una media di 5.000 visite al giorno e circa 92.000 visitatori unici al mese provenienti dall’Italia. Tanto per rendere l’idea, meno di questo blog.

A livello mondiale non va granché meglio considerando che gli utenti unici si attestano circa intorno ai 5 milioni al mese.

Il motivo di questa perdita d’interesse degli utenti nei confronti di Foursquare, soprattuto in Italia, non mi lascia troppo stupito. Pochissime offerte presso i rari store che offrono promozioni attraverso l’app, attività “social” fornite pressoché inesistenti, il layer del gioco legato allo sblocco dei badge alla lunga stufa e, col tempo, i soli check-in risultano un’attività più inutile che divertente.

Perciò se ti stai chiedendo il perché ancora lo stai utilizzando, sappi solo che non sei il solo.

Groupon sbanca, oltre $700 milioni di dollari nel giorno della IPO: ora vale $12,7 miliardi di dollari

Friday, November 4th, 2011

Questa mattina Groupon ha fatto il suo ingresso in borsa e ha superato tutte le aspettative immettendo sul mercato 35 milioni di azioni al prezzo di apertura di 20 dollari ciascuna contro i $16-18 dollari stimati nei giorni scorsi dagli analisi.

A poche ore dal suo debutto in borsa con il titolo “GPRN”, il popolare sito che offre sconti giornalieri di prodotti e servizi a prezzi estremamente convenienti ha raccolto oltre 700 milioni di dollari, posizionandosi così al secondo posto, dopo Google, tra le IPO più alte della storia di Internet.

Durante gli scambi della giornata, circa un’ora dopo l’apertura del Nasdaq, il valore delle azioni di Groupon è salito fino a raggiungere i $31,14 dollari, con un incremento netto del 55,7% rispetto al prezzo di apertura che ha fatto schizzare in alto il valore di mercato della società fino a sfiorare i 20 miliardi di dollari.

Il titolo ha poi avuto delle fluttuazioni al ribasso e alle ore 1:57 PM (EDT) il valore delle azioni si è assestato intorno ai $28.07 dollari con un aumento del 40,35% rispetto all’apertura.

L’attuale stima del valore della società è scesa intorno ai $12,7 miliardi di dollari superando comunque colossi come la catena di hotel Marriott International ($10.54 miliardi), Adidas ($10,5 miliardi) o Research in Motion, produttrice dei popolari smartphone BlackBerry ($10,05 miliardi).

Secondo molti analisti, tutta questa enfasi da parte degli investitori durerà poco. 12,7 miliardi di dollari sono pur sempre una follia per un sito di “daily deal” come Groupon. Costituiscono una cifra ampiamente sovrastimata rispetto al reale valore di mercato che una società del genere può realmente avere.

Alla fine degli anni Novanta tirava la stessa aria. La bolla speculativa della new economy scoppiò tutta insieme. Le ripercussioni furono pesanti e lasciarono più morti che feriti sul campo. Se la storia si ripetesse adesso, non andrebbe granché meglio.