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Ripensare il Web: la sfida per la competitività dei blog e dei giornali online

È stata sempre una specie di ossessione. Me la porto dietro da quando ho iniziato a scrivere su questo blog. All’epoca ero parcheggiato su Blogger, scrivevo in inglese e parlavo solo di webdesign. Non avevo idea di quanto quell’ennesima esperienza sarebbe durata. In passato era puntualmente naufragata più volte in un nulla di fatto. Blog aperto, blog chiuso nel giro di qualche settimana. Questione di carattere, credo. Ho sempre avuto la tendenza a disinnamorarmi in fretta delle cose, niente passioni durature, non pensavo avrei resistito molto a lungo neanche in quell’occasione. Mi ero ripromesso di reggere almeno un paio di mesi. Sono passati cinque anni.

È stata sempre una specie di ossessione. Me la porto dietro da quando ho iniziato a scrivere su questo blog. All’epoca ero parcheggiato su Blogger, scrivevo in inglese e parlavo solo di webdesign. Non avevo idea di quanto quell’ennesima esperienza sarebbe durata. In passato era puntualmente naufragata più volte in un nulla di fatto. Blog aperto, blog chiuso nel giro di qualche settimana. Questione di carattere, credo. Ho sempre avuto la tendenza a disinnamorarmi in fretta delle cose, niente passioni durature, non pensavo avrei resistito molto a lungo neanche in quell’occasione. Mi ero ripromesso di reggere almeno un paio di mesi. Sono passati cinque anni.

L’ossessione era per il design. Tragicamente, lo è ancora. Tragicamente non è un avverbio scelto a caso. Da qualche parte nel mio cervello c’è un certo livello d’insoddisfazione che mi spinge periodicamente a spendere nottate intere a ripensare l’aspetto di Woork Up. Ammetto che per alcuni versi questo continuo cambio di pelle ha contribuito al successo di questo blog in modo tutt’altro che trascurabile. Ho seguito mode e tendenze che sono scomparse con la stessa rapidità con cui si sono affermate. Ho messo a dura prova la pazienza di voi lettori, spesso contenti delle novità, alle volte un po’ spaesati per i risultati non esaltanti. Visto in retrospettiva, è stato un percorso profondamente costruttivo perché, più di tutto, ha dimostrato che il mero contenuto testuale non è più sufficiente per distinguersi nell’infinita offerta informativa presente in rete.

[quote quote_author="Nel corso del 2012 il traffico internet da smartphone è raddoppiato rispetto all'anno precedente." quote_text="L'impatto dei tablet e degli smartphone nella fruizione dei contenuti online"]

La diffusione dei tablet e degli smartphone ha ulteriormente complicato lo scenario. Benché i computer desktop mantengono saldo il primato del traffico generato sulla rete, la fruizione dei contenuti tramite device mobili è aumentata su base annua con un tasso di crescita molto sostenuto. Chiunque abbia un blog a livello professionale non può più tralasciare questo aspetto. Il contrario significa perdere lettori. Soprattutto quelli occasionali che, in mobilità, intercettano per caso i post rilanciati sui social network, Facebook e Twitter in primo luogo. Non sono pochi. Anzi, sono la totalità e costituiscono un bacino tutt’altro che marginale da cui attingere per allargare il pubblico di riferimento.

La nuova parola d’ordine è “convergenza”. Significa offrire, in un’unica forma, un’esperienza di fruizione dei contenuti su ogni tipo di device. Il modo migliore è quello di adottare un layout “responsive”. Un layout che risponde in automatico alla risoluzione dello schermo del device da cui viene visualizzato. Per capire quello di cui sto parlando, basta provare a restringere la finestra del browser su questa pagina. Alcuni elementi scompaiono, altri si ridimensionano e si adattano alla risoluzione corrente consentendo un’adeguata esperienza di lettura da desktop, da tablet e da smartphone.

L’evoluzione dei linguaggi per il web e l’integrazione tra HTML 5, CSS 3 e Javascript, consente ormai di ottenere risultati che in passato potevano essere giusto immaginati. L’utilizzo di framework gratuiti come jQuery, Bootstrap, Boilerplate, abbatte i tempi di sviluppo e permette agli sviluppatori di concentrarsi non sullo scheletro ma sull’aspetto e su nuove modalità di presentare i contenuti. Non basta la tecnica, naturalmente. Serve gusto, stile e originalità. E soprattutto guardare al di fuori del nostro Paese.

In Italia, l’adozione delle nuove tendenze in fatto di web design avviene con un intollerabile ritardo. Siamo indietro di almeno cinque anni, inchiodati a vecchi canoni stilistici ormai logori. A dirla tutta lo siamo sempre stati. A questo si aggiunge uno scenario spesso caratterizzato da professionisti improvvisati che hanno avvelenato il mercato. Migliaia di euro per riadattare in maniera goffa e superficiale temi WordPress gratuiti o acquistati a poche decine di dollari sui più diffusi marketplace. Il risultato è quello che è.

Sia i blog che i grandi portali d’informazione sono rimasti al palo delle vecchie logiche strutturali. La pubblicità, che da più di quindici anni a questa parte è l’unico modello di business ancora sostenibile per l’editoria digitale, ha finito col condizionare la struttura dei siti e delle loro pagine. Ha introdotto una storpiatura a cui i publisher e gli advertiser si sono adeguati, tralasciando senza troppi scrupoli l’impatto visivo per i lettori, molto spesso tutt’altro che gradevole. Popup, immagini di sfondo accecanti, banner superiori, nelle sidebar e in mezzo al testo. La scelta se vogliamo è anche logica e, dal mero punto di vista della sopravvivenza economica, ragionevole e obbligata. Senza soldi, non si va da nessuna parte.

Dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, con la progressiva diffusione di Internet, il passaggio dall’editoria tradizionale a quella digitale ha provocato un duplice effetto. Se da una parte ha azzerato i costi di distribuzione e quelli di produzione legati alla manodopera e alle materie prime, dall’altra ha eroso in modo significativo i margini degli editori. Negli ultimi anni la pubblicità online, da sola, non riesce più adeguatamente a ripagare tutti i costi. Gli abbonamenti delle riviste cartacee, che prima dell’avvento del Web costituivano una leva economica strategica per il medio periodo, non hanno riscontrato la stessa fortuna nel passaggio all’era digitale. I grandi colossi editoriali che hanno tentato la via dell’adozione di un modello di fruizione dei contenuti a pagamento hanno fallito o raccapezzato molto poco. Gli utenti hanno dimostrato poca propensione a pagare per i contenuti presenti sul web con la stessa naturalezza con cui acquisterebbero un quotidiano o una rivista di carta. Le cause di una tale resistenza sono semplici: la presenza sul web di una miriade di fonti informative alternative gratuite e la sensazione da parte degli utenti di spendere per un bene intangibile il cui valore non viene percepito alla stessa stregua di quello di una rivista cartacea.

Tutt’altra storia riguarda le App delle riviste scaricabili dai vari store online. Time, Wired, Popular Science, Virgin Project, sono alcune delle esperienze meglio riuscite che replicano il piacere di sfogliare una rivista cartacea con tutti i vantaggi offerti dal digitale. Gli utenti le acquistano perché vi riconoscono un valore aggiunto in termini di contenuti e impaginazione superiore a quello dei classici siti web. Hanno però un enorme limite che rappresenta l’ostacolo maggiore a una loro più massiccia diffusione e le relega a una posizione di profitto puramente marginale. Ogni singola uscita arriva a pesare centinaia di mega, il che le rende poco immediate e poco adatte a essere scaricate in mobilità tramite rete cellulare.

Anche per questa ragione, i siti web resteranno ancora per molto lo strumento più diffuso per la consultazione delle informazioni ma, è giunto il momento di fare un passo avanti, guardare alle esperienze del passato e prendere spunto da tutto il meglio che l’editoria classica, in termini di stile e impaginazione, ha sfornato nel corso degli anni. La sfida per il Web del futuro si giocherà non solo sui testi ma molto inciderà anche il modo in cui verranno presentati sullo schermo. I blog e i portali delle riviste e dei quotidiani non potranno non tenerne conto. Anzi, fin da ora dovrebbero operarsi per sfruttare l’innovazione come vantaggio competitivo nei confronti dei concorrenti. Perché da qui a cinque anni non basterà più la sola quantità di contenuti pubblicati giornalmente ad attirare traffico e di conseguenza investimenti pubblicitari. Servirà di più. Molto di più.

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