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Foxconn, voci di nuovi suicidi: luci e ombre sul gigante cinese della tecnologia

Secondo alcune fonti cinesi il 29 marzo una donna si sarebbe tolta la vita lanciandosi dal tetto dello stabilimento cinese di Shenzhen. Pronta la smentita di Foxconn «nessuno è rimasto ferito».

L’immagine dello stabilimento Foxconn di Langfang è una delle più tristemente note del gigante dell’elettronica cinese che assembla molti prodotti di elettronica di consumo per Apple, Samsung, HP, Microsoft, Dell e Sony.

La foto mostra la zona dei dormitori. Un anonimo palazzone grigio dove alloggiano in condizioni igieniche precarie centinaia di dipendenti. Sulle pareti esterne tra il primo e il secondo piano sono state fissate delle reti salvavita. Tra il 2010 e il 2012, secondo le fonti ufficiali, almeno 22 dipendenti si sono tolti la vita per le inumane condizioni lavorative. Diciannove di loro si sono lanciati nel vuoto dal tetto dei dormitori.

Il caso che fece più clamore fu quello di Sun Dan-yong, 25 anni. Il 16 luglio 2009 si lanciò dalla finestra del suo appartamento dopo aver smarrito il prototipo dell’iPhone 4 che aveva in consegna. Prima di morire aveva confidato agli amici che la sicurezza Foxconn lo aveva picchiato e aveva perquisito il suo appartamento.

L’ultimo episodio risale al 29 marzo scorso, appena una settimana fa. Secondo alcune fonti cinesi, una donna avrebbe tentato il suicidio lanciandosi dal tetto dello stabilimento Foxconn di Shenzhen. La donna sarebbe sopravvissuta all’impatto. Con lei c’erano altri tre lavoratori che avrebbero minacciato di lanciarsi nel vuoto.

«Ci sono stati dei disordini. Nessuno è rimasto ferito».
In una nota ufficiale, Foxconn ha negato l’accaduto: «possiamo confermare che il 29 marzo scorso tre nostri lavoratori presso lo stabilimento di Shenzhen sono stati coinvolti in un’agitazione interna contro la scelta della società di offrire loro un’opportunità di ricollocamento a seguito dello spostamento della produzione presso un altro impianto». Secondo la nota, nessuno sarebbe rimasto ferito. «Tutte le altre voci che affermano il contrario sono totalmente false».

La vicenda ancora poco chiara ha riacceso le polemiche sulle condizioni al limite della schiavitù denunciate in passato presso gli stabilimenti del gigante cinese e riapre l’annosa questione sulla corresponsabilità delle aziende che utilizzano Foxconn per assemblare gli ultimi gadget tecnologici sfruttando i ridottissimi costi della manodopera.

Alcuni mesi fa un giornalista dell’agenzia cinese di notizie Shanghai Evening Post era riuscito a infiltrarsi presso lo stabilimento di Tai Yuan dove viene assembla l’iPhone. Avevo riportato l’agghiacciante resoconto di quell’esperienza su questo post.

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