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Anatomia del perfetto startupper italiano

Dall’abbigliamento, agli stili di vita, al linguaggio. Ecco l’anatomia del prototipo del perfetto startupper italiano.

Il rapper coreano PSYIl rapper coreano PSY

Ficcatevelo subito bene in testa. Per essere uno startupper non bastano le idee e il fiuto imprenditoriale. La prima e unica vera regola dello startupper italiano è assumere il tipico atteggiamento del prototipo del vero startupper. Ci sono poche e semplici regole da seguire che fanno però la differenza. Solo i migliori sono in grado di rispettarle tutte. Gli altri sono destinati a un lento e inesorabile oblio negli annali dell’Internet nostrana.

L’abbigliamento è il primo carattere distintivo che ogni startupper non dovrebbe mai trascurare. Così come chi vuol fare il rapper deve vestirsi da rapper, chi vul fare lo startupper devi vestirti da startupper. Il che significa vestire casual. No categorico a giacca e cravatta. Scarpe da ginnastica, jeans, e magliettina t-shirt come unica divisa quotidiana. Non siate però troppo eccentrici. Il rischio che vi confondano con uno di quegli insopportabili fashion blogger può annidarsi dietro le stravaganze più impensabili.

Il vero startupper non dorme mai. Passa le nottate davanti al proprio computer a scrivere centinaia di linee di codice, elaborare immaginifici modelli di business e a perfezionare in maniera maniacale presentazioni di una trentina di secondi per l’ennesimo pitch con la stessa solerzia che dedicherebbe alla stesura di un discorso alla Nazione del Presidente degli Stati Uniti. Ogni volta che vede un proiettore ha un orgasmo. Ogni volta che parla rivolto a una platea crede di trasmettere agli astanti lo stesso fervore di Gesù ai discepoli. In caso di un ipotetico, imminente, disastro di proporzioni apocalittiche, se dovesse scegliere di salvare qualcuno, piuttosto che il pubblico, salverebbe solo il suo notebook (meglio se Apple), PowerPoint e il proiettore.

Il vero startupper di grido viaggia. Viaggia ovunque, in lungo e in largo nel mondo. New York e San Francisco le mete preferite. Ogni destinazione viene accuratamente condivisa sui social network con tanto di foto e aggiornamenti di stato. Fatelo però con moderazione. Anche in questo caso, il rischio che i più sbadati vi confondano con un banalissimo travel blogger, non è da sottovalutare.

Il vero startupper è un eterno presenzialista. È la trasposizione digitale del Paolini televisivo. Non c’è pitch, talk, meet-up, panel, festival, in cui non sia presente. La visibilità è tutto. Purché se ne parli.

E a proposito di chiacchiere. Parlare con uno startupper può essere avvilente. Chiunque ne ha mai avuto esperienza può confermarlo. Ogni discorso è infarcito da una slavina di termini anglosassoni infilati nel discorso con scientifica minuziosità. Perciò, tenetelo a mente, anche la lingua vuole la sua parte. Imparate quei cinque o sei termini italenglish che possano impreziosire qualsiasi vostro discorso allo stesso modo di un dado Knorr un sugo assai poco saporito. Se qualcuno vi domanda «come va?», non siate mai banali nella risposta. Meglio stupire con qualcosa tipo:

«Sono distrutto. Ho il neonato in beta testing che piange tutta la notte. Alle dieci ho una call con un angel investor per discutere la exit del mio business ancora in stealth mode ma che potrebbe a breve generare social proof, bostrappando un po’ qua e un po’ là, anche se con un incubator e un accelerator, scalerei più rapidamente. Lavoro troppo. Ho bisogno di un bel pivot nella mia vita.»

Quando arriverete a questi livelli tali di sofisticazione ci siete quasi. In fondo, se ci pensate, per tutto questo ci vuole solo perseveranza e tanta pratica. Lasciate perdere le idee e l’imprenditorialità. Come mi confidò un personaggio di grido nell’ambiente a giugno dello scorso anno, nel vano tenativo di allettarmi, «a noi non interessano le idee, ci servono persone, le idee gliele infiliamo in testa noi». Non m’ha per niente convinto. Le idee buone sono molto più rare delle persone mediamente discrete. Ma si sa che non tutti la pensiamo allo stesso modo. Anche se su un punto siamo tutti d’accordo. L’immagine. Quella sì che viene viene sempre prima di qualunque altra cosa.