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La grande abbuffata: ecco in cosa si sono tradotte le norme dedicate alle startup innovative

Dal Rapporto Restart! Italia alla legge 221. Ecco in cosa si sono tradotte le norme dedicate alle startup innovative.

L'ex ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera.L'ex ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera.

A maggio dello scorso anno, mentre la crisi stritolava le piccole e medie imprese tra le difficoltà economiche dovute al freno dei consumi, l’esposizione al debito, l’impossibilità di accesso al credito bancario e gli effetti di una pressione fiscale asfissiante, l’allora Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, delineò la propria visione per far tornare a crescere l’economia Italiana. Una ricetta semplice, che guardava al futuro, tutta incentrata sulle startup innovative.

Secondo la tesi dell’ex Ministro «le aziende che non ce la fanno non devono avere credito perché le grandi crisi finanziarie sono nate anche perché è stato dato credito a chi non doveva averne. Le banche devono essere vicine soprattutto alle nuove potenziali aziende», le cosiddette startup. Il 18 dicembre 2012, dopo un iter travagliato, il Consiglio dei Ministri ha approvato la legge 221. La sezione IX, figlia del famigerato Rapporto Restart Italia!, è dedicata alla definizione di misure per la nascita e lo sviluppo di startup innovative e incubatori certificati.

Tra i vari vincoli definiti dalla legge, un’impresa per essere considerata una startup innovativa deve possedere almeno uno dei seguenti requisiti: avere come dipendenti o collaboratori dottorandi o ricercatori in quota almeno pari a 1/3 della forza lavoro complessiva; essere depositaria, titolare o licenziataria di un brevetto; sostenere spese di ricerca e sviluppo almeno pari al 20% del maggiore valore fra costo e valore totale della produzione.

C’è una precisazione da fare, non di poco conto. Tra le spese di ricerca e sviluppo, in aggiunta a quanto previsto dai principi contabili, figurano «le spese relative ai servizi di incubazione forniti da incubatori certificati». Quale sia la correlazione diretta tra i servizi erogati dagli incubatori (perlopiù di carattere amministrativo, gestionale e di locazione immobili) e le spese di ricerca sviluppo non è granché chiaro. In altre parole, la legge stabilisce che in mancanza di dottorandi o brevetti, facendo leva sulle “spese” è sufficiente che una potenziale startup innovativa, per essere considerata come tale, venga ospitata presso la sede di un qualsiasi incubatore certificato. Qual è la stranezza?

I cosiddetti incubatori certificati sono imprese che investono e offrono servizi per sostenere la nascita e lo sviluppo delle startup a fronte dei quali, in genere, percepiscono un canone periodico. Operano attraverso fondi di venture capital privati, fondi chiusi messi a disposizione dalle banche o da altri enti privati, e fondi di natura pubblica erogati dall’Unione Europea, dallo Stato e dalle Regioni. La legge 221 ha spalmato miele in abbondanza su questa categoria di imprese. Ha introdotto una serie di significative agevolazioni fiscali, vantaggiose deroghe al diritto societario e una disciplina particolare dei rapporti di lavoro. A un’attenta analisi però non è del tutto chiaro se i beneficiari di queste misure siano le startup o, in via definitiva, gli incubatori certificati in quanto, questi ultimi, godono sia delle agevolazioni messe a disposizioni per le startup che “allevano” presso i propri spazi, sia delle agevolazioni destinate agli incubatori in quanto tali.

Se non bastasse, il 25 giugno 2013 è stato approvato il decreto ministeriale 147 che ha riservato a tali soggetti l’accesso gratuito, in via prioritaria e secondo modalità semplificate, alla garanzia sul credito bancario concessa dal Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Il Fondo di garanzia è una misura che fa capo alla Direzione Generale per l’Incentivazione delle Attività Imprenditoriali del Ministero dello Sviluppo Economico. Il Fondo è destinato a tutte le piccole e medie imprese di ogni settore produttivo ed è uno strumento finanziario, assistito dalla garanzia dello Stato, che ha lo scopo di facilitare l’accesso al credito, accollandosi parte del rischio d’impresa fino a un massimo di 2,5 milioni di euro per singola iniziativa imprenditoriale.

Non si capisce per quale motivo, in un momento di fortissima difficoltà economica e finanziaria per le “classiche” imprese, alle startup innovative e agli incubatori certificati, che in taluni casi fanno estrema fatica a generare utili e sopravvivono grazie a ripetute iniezioni di capitale di varia natura, sia stata letteralmente spianata a colpi di strumenti legislativi un’autostrada privilegiata per l’accesso a questo tesoretto finanziario con «priorità nell’istruttoria e nella presentazione al Comitato del Fondo alle richieste di garanzia riferite ai medesimi beneficiari» rispetto a tutte le imprese richiedenti che operano in altri settori.

E qui si riapre un punto delicato, un nodo mai sciolto di cui ho parlato diverse volte in passato. È quantomeno inusuale che un’istituzione pubblica come il Ministero dello Sviluppo Economico, in tema di startup innovative, abbia concesso un certo margine discrezionale nella definizione di linee guida, oggi tradotte in legge, a vari soggetti privati voluti a capo di una task force che oggi, in alcuni casi specifici, tramite gli incubatori certificati che legalmente rappresentano, sono i diretti destinatari dei benefici derivanti da quelle stesse norme.

Se è valido inoltre il principio espresso dall’ex Ministro, che «le aziende che non ce la fanno non devono avere credito perché le grandi crisi finanziarie sono nate anche perché è stato dato credito a chi non doveva averne» allora, questa chiara e limpida dichiarazione d’intenti deve costituire il fondamento indispensabile e inderogabile che va applicato a qualsiasi tipologia di impresa. Startup innovative e incubatori certificati compresi.

Riproporre la logora giustificazione secondo cui gli investimenti in startup innovative meritano un’attenzione maggiore in quanto ritenuti più rischiosi rispetto agli investimenti nei settori dell’impresa “classica” è ormai un atto di fede a cui in pochi sono ancora disposti a credere. Soprattutto davanti alla disarmante considerazione che, un buon numero di queste startup “innovative” iscritte nella sezione speciale del Registro delle Imprese, svolge attività riconducibili a dei settori che, di spiccatamente innovativo, hanno poco e niente a che vedere.

C’è bisogno di un’urgente verifica a livello istituzionale su quello che è stato fatto nell’ultimo anno e mezzo sul tema startup. C’è bisogno di una massiccia operazione di trasparenza che renda pubblici online i bilanci degli ultimi cinque anni degli incubatori certificati e quelli disponibili di ogni singola startup innovativa incubata, il dettaglio analitico dell’ammontare dei fondi privati, fondi chiusi e fondi pubblici impiegati e il ritorno degli investimenti. C’è bisogno di una profonda modifica a livello normativo, a partire da una più razionale definizione del perimetro di quali imprese possono essere considerate startup innovative fino all’inserimento di un vincolo stringente che neghi, senza alcuna deroga, la possibilità a privati imprenditori di sedere ai vertici di più incubatori certificati per evitare un accentramento ripetuto ed esclusivo, nelle mani di una ristretta elite di individui, dei numerosi benefici messi a disposizione dalla legge. C’è bisogno di definire un principio di equità e trasparenza che tuteli e favorisca gli imprenditori che nel settore delle startup innovative riescono a fare realmente impresa, a dispetto di gruppi di affaristi che hanno il solo merito d’inquinare l’intero ecosistema.

Soprattutto c’è bisogno di smetterla di piagnucolare miseria per la mancanza di un adeguato supporto nei confronti delle startup da parte dello Stato. In altri tempi, un pacchetto di misure come quello definito dalla legge 221, sarebbe stato configurato a tutti gli effetti come aiuti di Stato a favore di una ben precisa categoria.

E non vale più neanche il triste ritornello secondo cui i soldi non ci sono. Sarebbe più giusto dire che quelli disponibili vengono forse gestiti male. Le banche hanno destinato, tramite l’utilizzo di fondi chiusi (indirizzati cioè non direttamente agli imprenditori ma ai cosiddetti investitori istituzionali), ingenti quantità di denaro a chi negli anni recenti ha investito in startup innovative. I fondi pubblici, d’altro canto, non mancano. Nel quinquennio 2007/2013 l’Unione Europea ha stanziato a favore del nostro Paese la bellezza di 59,4 miliardi di euro. Il problema è che in Italia i soldi non siamo in grado di investirli. A luglio 2013 erano disponibili ancora 31 miliardi. Abbiamo tre mesi per spendere più di quello che non siamo riusciti a spendere in cinque anni. I soldi in genere passano dagli Enti Pubblici alle finanziarie locali o alle società di gestione del risparmio pubbliche o private che li destinano, secondo criteri non sempre trasparenti, a iniziative imprenditoriali su cui varrebbe la pena accendere un faro d’attenzione. Oggi, per le startup c’è un piccolo tesoro a disposizione.

Questo è il momento di agire e portare finalmente la questione su un nuovo piano, non più limitato all’aspetto informativo su quello che è accaduto nella storia recente. Solo così potremmo evitare che la “questione startup”, oramai arrivata a un punto d’implosione, si trasformi nell’ennesimo, triste ed emblematico fallimento italiano.