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Radar

Twitter IPO: le azioni aprono a 45,10 dollari

Le azioni raddoppiano il loro prezzo d’apertura a poche ore dall’apertura della borsa.

Dick Costolo, CEO di Twitter, mentre aspetta l'apertura della borsa e le contrattazioni di Twitter al New York Stock Exchange.Dick Costolo, CEO di Twitter, mentre aspetta l'apertura della borsa e le contrattazioni di Twitter al New York Stock Exchange.

Confermate le voci dell’ultim’ora. Le azioni Twitter hanno aperto a 45,10 dollari contro i rumors che le davano a 26 dollari. Il controvalore porta Twitter a una capitalizzazione di mercato pari a 25,6 miliardi di dollari.

Voci dell’ultim’ora riportate da Reuters danno le azioni Twitter tra i 42 e i 46 dollari l’una. Fino a stamattina il prezzo si aggirava intorno ai 24 dollari. Ne saranno piazzate in tutto 70 milioni per un controvalore iniziale di circa 18 miliardi di dollari che, con gli attuali valori, si è raddoppiato. Secondo il Wall Street Journal la domanda sarebbe trenta volte superiore alla disponibilità. Nei primi nove mesi del 2013 i ricavi della società sono saliti a 422 milioni di dollari ma le perdite complessive sono state di 134 milioni.

Qual è la parte peggiore del lavorare in Google?

Una discussione su Quora demolisce l’idilliaca immagine che negli anni si sono creati a Mountain View.

Larry Page, co-fondatore e CEO di Google durante la I/O developers conference il 15 maggio 2013.Larry Page, co-fondatore e CEO di Google durante la I/O developers conference il 15 maggio 2013.

In queste ore sta rimbalzando su svariati quotidiani on-line un topic infuocato su Google. Una domanda su Quora all’apparenza banale le cui risposte stanno demolendo la candida immagine che con gli anni si sono costruiti dalle parti di Mountain View. What’s the worst part about working at Google? Molti commenti sono anonimi perché per qualcuno è meglio restare tale per evitare brutte rogne.

Scrive l’anonimo dal contributo più votato:

«La parte peggiore di lavorare in Google è che molte persone sono eccessivamente qualificate per il lavoro che svolgono. E’ difficile ottenere una promozione in tempi brevi perché chi è sopra di te, o al tuo stesso livello, ha una buona preparazione ed è molto dedito al lavoro. Quando il livello generale delle persone è alto e il lavoro non è particolarmente difficile, è molto dura emergere. Il lavoro è intellettualmente poco gratificante (leggi pure noioso) ed è difficile provare un senso di realizzazione per quello che fai”.

Un altro utente aggiunge:

«Direi che la parte peggiore del lavorare in Google è lo scontrarsi ogni giorno con il pensiero mediocre tipico del middle managment, spesso completamente concentrato solo sulle metriche ad esclusione di altri fattori. Non sanno come ispirare la loro forza lavoro e si basano troppo sul nome e la reputazione di Google».

Spostando la questione sui prodotti, un utente sottolinea un punto interessante, che smonta lo spirito creativo che si respirerebbe nei corridoi dell’azienda (già peraltro messo in discussione a marzo dello scorso anno da un post di James Whittaker, un ex ingegnere Google):

«Gli unici prodotti davvero fantastici che ha tirato fuori Google sono la Ricerca e AdSense. Android è stato acquistato. YouTube lo stesso. Google+ è un flop per tutti tranne che per i googler sparsi in tutto il mondo. Chrome è un buon prodotto ma non monetizza. Scommetto che 14 anni dopo la sua nascita, l’unico prodotto decente che uscirà da Google saranno i Glass. E indovinate chi è il Project Manager? Sergey Brin».

Come a dire che i progetti importanti vengono gestiti ai massimi livelli estromettendo la totalità dei dipendenti che invece pare siano impegnati in attività più routinarie.

«Ho lavorato in Google per tre anni e ammetto che è stato molto difficile lasciare, ma c’è stato un fattore, sopra tutti, che mi ha aiutato a prendere questa decisione: l’impatto che avrei potuto portare al business come individuo sarebbe stato insignificante. Come ha notato qualcuno poco sopra, Google è diventata un’incredibile macchina che stampa denaro grazie ad AdWords. Tu sei solo un pezzo che serve ad ingrassare gli ingranaggi di questo meccanismo e nient’altro».

E poi ancora:

«Ho lasciato Google per diverse ragioni. Tutto è già stabilito. E’ praticamente impossibile avere un impatto nelle scelte ed essere influenti come lo sono stati i primi impiegati. La maggior parte del tempo l’ho passato mantenendo in attività servizi esistenti piuttosto che lavorare a qualcosa di nuovo.»

«Sfortunatamente, al di là di quella che è la credenza comune, il livello medio degli ingegneri che lavorano in Google è mediocre. E sono anche molto arroganti. Ognuno crede (i maschi prima di tutti) di essere migliore del vicino. Le discussioni obiettive sono piuttosto rare e nessuno è interessato alle opinioni degli altri a meno che questi non siano una sorta di divinità importante all’interno di Google.»

«Ho lavorato nel più grande campus di Google dopo Mountain View. La parte più stimolante che ho incontrato è stata solo l’intervista al colloquio.»

«C’è una costante riorganizzazione e modifica delle priorità dei progetti così che tu non hai mai la possibilità di finire qualcosa prima che il progetto sia cancellato».

L’intera discussione potete seguirla su Quora.

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La verità che nasconde il Datagate

Sarà ricordato come la più geniale invenzione giornalistica del 2013. I conflitti tra il Vecchio e il Nuovo continente dietro l’azione della talpa Edward Snowden.

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama: secondo quanto riportato dal New York Times avrebbe imposto alla National Security Agency di bloccare il programma delle intercettazioni sui capi alleati americani in risposta della profonda crisi diplomatica aperta con a seguito delle rivelazioni del Guardian sul Datagate.Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama: secondo quanto riportato dal New York Times avrebbe imposto alla National Security Agency di bloccare il programma delle intercettazioni sui capi alleati americani in risposta della profonda crisi diplomatica aperta con a seguito delle rivelazioni del Guardian sul Datagate.

Da quando Edward Snowden è salito alla ribalta delle cronache, sulla vicenda del Datagate è stato detto di tutto, tranne la considerazione più ovvia. Che i servizi segreti di mezzo mondo spiino senza riguardo tutto ciò che avviene negli altri Paesi è storia nota e arcinota da sempre. Lo spionaggio è una pratica vicendevolmente tollerata dove quasi tutto è concesso. Vige una sola regola. Non farsi beccare. E anche qualora succedesse, c’è sempre un modo per venirne fuori puliti e trovare un accordo con la parte lesa.

L’NSA ha negato il coinvolgimento del Presidente Obama nelle intercettazioni del cancelliere tedesco Angela Merkel.
Il Datagate sarà annoverato come la più geniale trovata giornalistica del 2013. Non ha rivelato alcuna “verità” che l’opinione pubblica, da cinquant’anni a questa parte, non abbia già in qualche modo assimilato in modo passivo dalla stampa, dalla televisione e dalle produzioni Hollywoodiane.

Il ritratto da moderno eroe romantico che gli organi d’informazione hanno tracciato di Edward Snowden è pura invenzione. Snowden è l’ultima pedina di un puzzle che nessuno saprà mai ricomporre. Chi crede sia riuscito da solo a trafugare oltre trentamila documenti top secret dalla più grande agenzia di spionaggio esistente al mondo, non ha la minima idea di come funzionino i rigidi protocolli di segretezza che vigono in certi ambienti. I file non sono a portata di mano nel PC del collega vicino di scrivania. Non basta una password per accedervi. Richiedono speciali autorizzazioni ai più alti livelli delle gerarchie dell’Intelligence. Bisogna trovarsi fisicamente all’interno di settori che in genere sono off limits alla quasi totalità dei comuni mortali. Figuriamoci a un contractor qualunque come Snowden.

Il Datagate assume sempre di più i connotati di un’operazione studiata a tavolino per ledere i rapporti degli Stati Uniti con l’Europa. Circolano voci secondo cui i primi a maneggiare quei documenti siano stati i Russi. Non è un caso che Snowden dopo la sua fuga a Hong Kong sia volato in Russia. Non è un caso che i Russi, ultimamente, vadano a braccetto con i tedeschi e gli inglesi che costituiscono il vero cuore economico e finanziario del Vecchio Continente. E non è neppure un caso che il Guardian, che ha rivelato al mondo l’intera vicenda, sia un giornale inglese.

La Guerra Fredda non è mai finita. Si è solo preferito spostare il livello dello scontro dagli armamenti nucleari a quello degli interessi economici dei Paesi coinvolti. E in questo caso, Snowden, è solo il capro espiatorio dell’ennesima scaramuccia tra due potenze che provano a strizzarsi l’occhio senza riuscire ad amarsi fino in fondo.

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Snowden, nuove rivelazioni: l’NSA ha spiato il Governo Messicano per anni

Con l’operazione Flatliquid gli USA avrebbero violato per anni l’email dell’ex Presidente messicano Felipe Calderón.

Felipe Calderón, presidente del Messico dal dicembre 2006 al novembre 2012. La sua email sarebbe stata violata dall'NSA nel corso dell'operazione "Flatliquid".Felipe Calderón, presidente del Messico dal dicembre 2006 al novembre 2012. La sua email sarebbe stata violata dall'NSA nel corso dell'operazione "Flatliquid".

Secondo quanto rivelato dal Der Spiegel l’NSA avrebbe sistematicamente spiato per anni il governo Messicano. A rivelarlo, sarebbero alcuni documenti diffusi da Edward Snowden di cui il settimanale tedesco è entrato in possesso.

Nel 2010, attraverso l’operazione Flatliquid, l’email dell’ex Presidente Felipe Calderón, sarebbe stata violata dal dipartimento “Tailored Access Operations” dell’Agenzia americana con lo scopo di sottrarre e monitorare informazioni chiave di alto profilo di natura diplomatica, economica e politica.

Secondo alcuni documenti interni dell’NSA il Messico e il Brasile sono tra le “priorità di sorveglianza” secondo una lista stilata dall’NSA ad aprile 2013, classificata come segreta, autorizzata dalla Casa Bianca e approvata dal Presidente.

Solo alcune settimane fa il presidente brasiliano Dilma Rousseff ha cancellato un viaggio a Washington condannando, in un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i medoti di spionaggio degli Stati Uniti.

Il caso Barilla e l’altra faccia della polemica

Scoppia la polemica dopo le dichiarazioni sui gay fatte dal Presidente Guido Barilla ai microfoni de la Zanzara

Guido Barilla, Presidente di BarillaGuido Barilla, Presidente di Barilla

«Barilla ha sempre scelto di rappresentare la famiglia perché questa è il simbolo dell’accoglienza e degli affetti per tutti».
Non l’avesse mai detto. Neanche mezzo secondo dopo che Guido Barilla se n’è uscito alla Zanzara con quell’impopolare «non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale», la polemica è montata subito sul web come la maionese impazzita. È rimbalzata sulla stampa nazionale e internazionale. Ha inondato i social network con una serie di campagne di boicottaggio e migliaia di messaggi sulla scia del più scialbo politically correct. (more…)

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Startup, fondi pubblici e venture capital: quando è lo Stato a rimetterci

Sono il nuovo, grande, miracolo italiano. Sono le storie di quelle startup innovative che hanno ricevuto finanziamenti milionari dal fior fiore del venture capital nostrano. Peccato che nessuno si sia mai scomodato nel raccontarvi fino in fondo da dove provenga parte di quel denaro. Soprattutto nei casi in cui certi capitali privati sono stati supportati in maniera sistematica da un fiume di fondi pubblici che non si capisce bene se serva a dare respiro agli startupper o a foraggiare gli interessi dei soggetti gestori.

Per capire meglio questa lunga storia bisogna partire da lontano. I fondi pubblici provengono generalmente dall’Unione Europea e vengono distribuiti agli stati membri per coprire i fabbisogni finanziari in determinati settori economici. Lo Stato può utilizzarli direttamente tramite i Ministeri o può rigirarli alle regioni che, a loro volta, possono destinarli alle province e ai comuni.

Negli ultimi anni, alle startup innovative è stata riservata un’attenzione che va ben oltre il semplice trattamento di favore. Le cifre fanno impressione. Centinaia e centinaia di milioni di euro. Quantificare questi soldi con precisione è impossibile. La documentazione è il più delle volte lacunosa e incompleta. Non esistono rendicontazioni economico-finanziarie accurate. Non esistono report che tengano conto di quante di queste startup che hanno ricevuto iniezioni di capitali dallo Stato siano ancora in vita e quali siano stati gli impatti dei finanziamenti concessi a questo settore sull’economia a livello nazionale. La vicenda del Fondo Hi-Tech per il Sud è un caso di scuola.

Dall’Europa ai comuni: il giro infinito dei fondi pubblici

Tra gli enti pubblici che dispongono dei fondi e gli startupper che ne sono i potenziali destinatari si piazzano tipicamente degli intermediari: investitori istituzionali, finanziarie locali, società di venture capital e società di gestione del risparmio. A tali soggetti, spesso di natura privata, è demandata la gestione dei fondi pubblici, la valutazione delle idee imprenditoriali e la scelta dei progetti a cui destinare i finanziamenti e la partecipazione a loro volta, in quota variabile, al capitale di rischio dell’impresa.

Naturalmente, questo passaggio di denaro ha un costo che si traduce in canoni di gestione, proporzionali all’ammontare dei fondi impiegati, che gli enti pubblici riversano nelle tasche di tali gestori. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per alcune vicende che fanno nascere il sospetto che questo meccanismo che concede ampia autonomia nella gestione di capitali pubblici da parte di privati, così come’è architettato non funziona granché bene, innesca conflitti d’interesse e non garantisce equità e trasparenza nella valutazione dei progetti.

Tanti bandi, per tutti i gusti, ma solo per pochi

L’accesso ai fondi viene regolamentato da un bando, quasi sempre finalizzato a promuovere l’occupazione e la crescita economica delle imprese localizzate in una certa area del Paese. La localizzazione è uno dei requisiti essenziali richiesti alle aziende per poter disporre delle agevolazioni finanziare. Tuttavia il vincolo può essere facilmente aggirato senza particolari sforzi. Una società con sede a Milano, può accedere ai fondi destinati alla Sicilia o alla Sardegna semplicemente aprendo un ufficio o una sede legale in queste regioni. Talvolta trasferendo il personale dal nord al sud. Talvolta lasciandola addirittura vuota. Ad ogni modo non si crea né occupazione né si favorisce la crescita di tali territori che vengono invece sfruttati giusto per il tempo necessario a garantire alla startup una riserva di capitale pubblico da cui poter attingere per i propri scopi.

I bandi sono confusi e disomogenei. A un’attenta lettura alcuni paiono ritagliati con minuziosità chirurgica attorno a specifici destinatari in modo da garantire una forma di barriera all’entrata, di natura burocratica, alla maggior parte degli startupper che restano invece a bocca asciutta. Solo per riportare un esempio, nonostante sia stata recentemente approvata la legge 221 che definisce come “startup” le imprese in attività da non più di quattro anni, se un bando lo prevede, si può allargare la validità del concetto anche a imprese in attività da più di sei anni o a realtà imprenditoriali a cui la definizione di “startup innovativa” poco si addice.

Evvia lo Zio Sam!

C’è poi un altro aspetto che merita un approfondimento ed è quello che riguarda le startup, finanziate da gestori privati di fondi pubblici, che operano attraverso società “gemelle” o che riportano a delle holding con sede all’estero. La scusa è spesso quella della necessità di aprirsi al mercato internazionale e di poter beneficiare di un ecosistema migliore rispetto a quello che invece latita nel Belpaese. Peccato però che nel fare il grande salto, ai fondi pubblici che sborsa il così tanto bistrattato Belpaese, nessuno ci sputi sopra.

Le mete preferite sono la California o il Delaware. Con appena un milione di abitanti, il Delaware non è famoso solo per essere il secondo Stato più piccolo degli Stati Uniti: la sua giurisdizione in tema di diritto societario lo configura a tutti gli effetti come una sorta di zona franca, fuori da ogni black list, patria di conti offshore legalizzati.

Aprire una società in questo piccolo paradiso fiscale è più semplice di quanto si possa immaginare. Non è necessario essere cittadini o risiedere negli Stati Uniti, né scomodarsi di persona recandosi in un ufficio dall’altra parte dell’Atlantico per firmare pile di scartoffie. Esistono agenzie specializzate e liberi professionisti che si occupano di sbrigare tutte le pratiche necessarie per poche centinaia di euro anche via internet. La trafila può richiedere pochi giorni o addirittura poche ore. Le forme societarie preferite sono la Corporation e la Limited Liability Company.

I vantaggi di questo schema non sono pochi. Condizioni di riservatezza assoluta e una notevole blindatura di carattere legale per gli amministratori. Ma soprattutto, gli utili delle società costituite nello stato del Delaware, che non operano sul territorio degli Stati Uniti, sono esenti da tassazione così come tutti gli eventuali trasferimenti, aumenti di capitale, beni mobili e immobili riconducibili a tali società. E’ anche un modo per dirottare i profitti verso gli stati a tassazione più agevolata ottenendo invece ricavi marginali o nulli nelle controparti italiane. In altre parole l’Italia sovvenziona le startup, sborsa i soldi, ma da questo sforzo di natura finanziaria trae benefici insignificanti.

Una valanga di soldi senza controllo

Il perché manchi un controllo efficace sul modo in cui viene impiegata questa enorme valanga di denaro pubblico è un mistero. Il perché si conceda a dei gestori privati un così ampio margine di discrezionalità sul suo utilizzo è del tutto incomprensibile. Il perché non esistano rendicontazioni analitiche, aggiornate, di natura economico-finanziaria che diano un’idea del beneficio prodotto dall’utilizzo di tali fondi è inaccettabile. Il perché a un certo numero di startup innovative vengano destinati centinaia o addirittura milioni di euro per sovvenzionare modelli di business destinati già dalla nascita a una prematura scomparsa è inspiegabile.

Tutto questo mentre la piccola e media impresa volgarmente definita “classica”, quella che produce ricchezza, viene stritolata dagli effetti della crisi e tanti piccoli startupper, con buone idee in testa e soprattutto nella pratica, vengono snobbati e messi ai margini da questo “ecosistema”, fatto di pochi, che non mira a fare impresa ma solo ad autoalimentarsi per mantenersi in vita.

La grande abbuffata: ecco in cosa si sono tradotte le norme dedicate alle startup innovative

Dal Rapporto Restart! Italia alla legge 221. Ecco in cosa si sono tradotte le norme dedicate alle startup innovative.

L'ex ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera.L'ex ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera.

A maggio dello scorso anno, mentre la crisi stritolava le piccole e medie imprese tra le difficoltà economiche dovute al freno dei consumi, l’esposizione al debito, l’impossibilità di accesso al credito bancario e gli effetti di una pressione fiscale asfissiante, l’allora Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, delineò la propria visione per far tornare a crescere l’economia Italiana. Una ricetta semplice, che guardava al futuro, tutta incentrata sulle startup innovative.

Secondo la tesi dell’ex Ministro «le aziende che non ce la fanno non devono avere credito perché le grandi crisi finanziarie sono nate anche perché è stato dato credito a chi non doveva averne. Le banche devono essere vicine soprattutto alle nuove potenziali aziende», le cosiddette startup. Il 18 dicembre 2012, dopo un iter travagliato, il Consiglio dei Ministri ha approvato la legge 221. La sezione IX, figlia del famigerato Rapporto Restart Italia!, è dedicata alla definizione di misure per la nascita e lo sviluppo di startup innovative e incubatori certificati.

Tra i vari vincoli definiti dalla legge, un’impresa per essere considerata una startup innovativa deve possedere almeno uno dei seguenti requisiti: avere come dipendenti o collaboratori dottorandi o ricercatori in quota almeno pari a 1/3 della forza lavoro complessiva; essere depositaria, titolare o licenziataria di un brevetto; sostenere spese di ricerca e sviluppo almeno pari al 20% del maggiore valore fra costo e valore totale della produzione.

C’è una precisazione da fare, non di poco conto. Tra le spese di ricerca e sviluppo, in aggiunta a quanto previsto dai principi contabili, figurano «le spese relative ai servizi di incubazione forniti da incubatori certificati». Quale sia la correlazione diretta tra i servizi erogati dagli incubatori (perlopiù di carattere amministrativo, gestionale e di locazione immobili) e le spese di ricerca sviluppo non è granché chiaro. In altre parole, la legge stabilisce che in mancanza di dottorandi o brevetti, facendo leva sulle “spese” è sufficiente che una potenziale startup innovativa, per essere considerata come tale, venga ospitata presso la sede di un qualsiasi incubatore certificato. Qual è la stranezza?

I cosiddetti incubatori certificati sono imprese che investono e offrono servizi per sostenere la nascita e lo sviluppo delle startup a fronte dei quali, in genere, percepiscono un canone periodico. Operano attraverso fondi di venture capital privati, fondi chiusi messi a disposizione dalle banche o da altri enti privati, e fondi di natura pubblica erogati dall’Unione Europea, dallo Stato e dalle Regioni. La legge 221 ha spalmato miele in abbondanza su questa categoria di imprese. Ha introdotto una serie di significative agevolazioni fiscali, vantaggiose deroghe al diritto societario e una disciplina particolare dei rapporti di lavoro. A un’attenta analisi però non è del tutto chiaro se i beneficiari di queste misure siano le startup o, in via definitiva, gli incubatori certificati in quanto, questi ultimi, godono sia delle agevolazioni messe a disposizioni per le startup che “allevano” presso i propri spazi, sia delle agevolazioni destinate agli incubatori in quanto tali.

Se non bastasse, il 25 giugno 2013 è stato approvato il decreto ministeriale 147 che ha riservato a tali soggetti l’accesso gratuito, in via prioritaria e secondo modalità semplificate, alla garanzia sul credito bancario concessa dal Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Il Fondo di garanzia è una misura che fa capo alla Direzione Generale per l’Incentivazione delle Attività Imprenditoriali del Ministero dello Sviluppo Economico. Il Fondo è destinato a tutte le piccole e medie imprese di ogni settore produttivo ed è uno strumento finanziario, assistito dalla garanzia dello Stato, che ha lo scopo di facilitare l’accesso al credito, accollandosi parte del rischio d’impresa fino a un massimo di 2,5 milioni di euro per singola iniziativa imprenditoriale.

Non si capisce per quale motivo, in un momento di fortissima difficoltà economica e finanziaria per le “classiche” imprese, alle startup innovative e agli incubatori certificati, che in taluni casi fanno estrema fatica a generare utili e sopravvivono grazie a ripetute iniezioni di capitale di varia natura, sia stata letteralmente spianata a colpi di strumenti legislativi un’autostrada privilegiata per l’accesso a questo tesoretto finanziario con «priorità nell’istruttoria e nella presentazione al Comitato del Fondo alle richieste di garanzia riferite ai medesimi beneficiari» rispetto a tutte le imprese richiedenti che operano in altri settori.

E qui si riapre un punto delicato, un nodo mai sciolto di cui ho parlato diverse volte in passato. È quantomeno inusuale che un’istituzione pubblica come il Ministero dello Sviluppo Economico, in tema di startup innovative, abbia concesso un certo margine discrezionale nella definizione di linee guida, oggi tradotte in legge, a vari soggetti privati voluti a capo di una task force che oggi, in alcuni casi specifici, tramite gli incubatori certificati che legalmente rappresentano, sono i diretti destinatari dei benefici derivanti da quelle stesse norme.

Se è valido inoltre il principio espresso dall’ex Ministro, che «le aziende che non ce la fanno non devono avere credito perché le grandi crisi finanziarie sono nate anche perché è stato dato credito a chi non doveva averne» allora, questa chiara e limpida dichiarazione d’intenti deve costituire il fondamento indispensabile e inderogabile che va applicato a qualsiasi tipologia di impresa. Startup innovative e incubatori certificati compresi.

Riproporre la logora giustificazione secondo cui gli investimenti in startup innovative meritano un’attenzione maggiore in quanto ritenuti più rischiosi rispetto agli investimenti nei settori dell’impresa “classica” è ormai un atto di fede a cui in pochi sono ancora disposti a credere. Soprattutto davanti alla disarmante considerazione che, un buon numero di queste startup “innovative” iscritte nella sezione speciale del Registro delle Imprese, svolge attività riconducibili a dei settori che, di spiccatamente innovativo, hanno poco e niente a che vedere.

C’è bisogno di un’urgente verifica a livello istituzionale su quello che è stato fatto nell’ultimo anno e mezzo sul tema startup. C’è bisogno di una massiccia operazione di trasparenza che renda pubblici online i bilanci degli ultimi cinque anni degli incubatori certificati e quelli disponibili di ogni singola startup innovativa incubata, il dettaglio analitico dell’ammontare dei fondi privati, fondi chiusi e fondi pubblici impiegati e il ritorno degli investimenti. C’è bisogno di una profonda modifica a livello normativo, a partire da una più razionale definizione del perimetro di quali imprese possono essere considerate startup innovative fino all’inserimento di un vincolo stringente che neghi, senza alcuna deroga, la possibilità a privati imprenditori di sedere ai vertici di più incubatori certificati per evitare un accentramento ripetuto ed esclusivo, nelle mani di una ristretta elite di individui, dei numerosi benefici messi a disposizione dalla legge. C’è bisogno di definire un principio di equità e trasparenza che tuteli e favorisca gli imprenditori che nel settore delle startup innovative riescono a fare realmente impresa, a dispetto di gruppi di affaristi che hanno il solo merito d’inquinare l’intero ecosistema.

Soprattutto c’è bisogno di smetterla di piagnucolare miseria per la mancanza di un adeguato supporto nei confronti delle startup da parte dello Stato. In altri tempi, un pacchetto di misure come quello definito dalla legge 221, sarebbe stato configurato a tutti gli effetti come aiuti di Stato a favore di una ben precisa categoria.

E non vale più neanche il triste ritornello secondo cui i soldi non ci sono. Sarebbe più giusto dire che quelli disponibili vengono forse gestiti male. Le banche hanno destinato, tramite l’utilizzo di fondi chiusi (indirizzati cioè non direttamente agli imprenditori ma ai cosiddetti investitori istituzionali), ingenti quantità di denaro a chi negli anni recenti ha investito in startup innovative. I fondi pubblici, d’altro canto, non mancano. Nel quinquennio 2007/2013 l’Unione Europea ha stanziato a favore del nostro Paese la bellezza di 59,4 miliardi di euro. Il problema è che in Italia i soldi non siamo in grado di investirli. A luglio 2013 erano disponibili ancora 31 miliardi. Abbiamo tre mesi per spendere più di quello che non siamo riusciti a spendere in cinque anni. I soldi in genere passano dagli Enti Pubblici alle finanziarie locali o alle società di gestione del risparmio pubbliche o private che li destinano, secondo criteri non sempre trasparenti, a iniziative imprenditoriali su cui varrebbe la pena accendere un faro d’attenzione. Oggi, per le startup c’è un piccolo tesoro a disposizione.

Questo è il momento di agire e portare finalmente la questione su un nuovo piano, non più limitato all’aspetto informativo su quello che è accaduto nella storia recente. Solo così potremmo evitare che la “questione startup”, oramai arrivata a un punto d’implosione, si trasformi nell’ennesimo, triste ed emblematico fallimento italiano.

La grande bellezza dei premi alle startup: H-Farm e il Premio Unità

L’Italia è il Paese delle gare e dei premi. Sarà che siamo patiti per il calcio, ma di sbandierare trofei non riusciamo proprio a farne a meno. Il 2 settembre 2013 sulle pagine del quotidiano L’Unità è comparso un interessante articolo intitolato «Le migliori startup: oggi i premi a Genova». La storia ve la racconto in due righe. Nell’ambito della festa Democratica che si è appena tenuta a Genova è stato aggiudicato a tre imprese italiane il Premio Unità dedicato alle «startup nate in tempo di crisi» e, riporto testualmente, a «giovani imprenditori coraggiosi che hanno sfidato la recessione e piazzato colpi vincenti non solo sul mercato italiano ma anche su quelli internazionali». Che poi cosa ci azzecchino le startup con certa politica, continuo sempre a chiedermelo.

Al primo posto si è piazzata con voto unanime della giuria composta dagli economisti Luigi Nicolais, Marcello Messori, Giulio Sapelli e Giancarlo Viesti, H-Farm, uno dei più noti venture incubator italiani situato nelle campagne di Ca’Tron, nella provincia di Treviso. L’amministratore delegato, Riccardo Donadon, è stato uno dei professionisti voluti dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, nella task force del Rapporto Startup.

La domanda che faccio è una sola. Che senso ha assegnare un premio dedicato alle startup innovative a un gruppo consolidato di aziende come H-Farm, nato nel 2005 (siamo nel 2013…)? Voglio dire, se si trattava di un premio dedicato alle “startup”, se proprio non si voleva guardare troppo lontano, perché non assegnarlo magari a una delle tante startup che orbitano nella galassia dall’incubatore trevigiano? La legge n.221 dell’11 dicembre 2012, ha chiarito che «possono essere startup innovative sia società nuove, sia società costituite da meno di 4 anni». Curioso vedere ascritta a questa categoria un’impresa che per definizione non c’entra assolutamente nulla.

«H-Farm è una di quelle imprese che può ben definirsi un fiore all’occhiello del Paese». Secondo i dati al 31 dicembre 2012, pubblicamente consultabili dal portale online del Registro delle Imprese, H-Farm Ventures, la holding di controllo del gruppo H-Farm ha all’attivo 37 iniziative imprenditoriali. 8 sono in stato write off, significa che non hanno raggiunto i risultati sperati nei tempi previsti. In quella che viene definita dall’articolo «la fattoria delle imprese» e «dove si riuniscono centinaia di giovani con tanti progetti innovativi», le exit sono state 7 di cui 4, cioè più della metà, sono aziende fondate rispettivamente da un senior manager, un partner, un cofondatore e un collaboratore di H-Farm. I nomi, a parte un caso, evocativi della “H-galassia“. H-humus, H-art, H-care e Log607. Le idee delle «centinaia di giovani con tanti progetti innovativi in testa» dove finiscono?

Parlando delle imprese vincitrici del Premio Unità, il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi ha sottolineato che «queste imprese dimostrano che l’Italia ha tante risorse da mettere in campo per combattere la crisi e guardare avanti. Conosco bene le difficoltà di chi oggi fa impresa. Ma conosco anche il valore dei nostri giovani imprenditori».

H-Farm Ventures, la holding di controllo del Gruppo H-Farm, ha chiuso l’esercizio 2010 con una perdita di 68mila euro. Nel 2011 le perdite sono salite a 1,74 milioni di euro. Alla fine dell’esercizio 2012, le perdite ammontavano a 2,21 milioni di euro a fronte di ricavi pari a zero.

Tra le controllate del Gruppo H-Farm, la società Acceleratore ha chiuso il 2012 con una perdita di 1,88 milioni di euro. H-Farm Usa con sede nel Delaware con un rosso di 729mila dollari. H-Farm UK con un rosso di 2.130 sterline. H-Farm India registra un attivo di 1,3 milioni di rupie (circa 18mila euro col tasso di cambio al 31/12/2012).

Una nota a parte per la controllata H-Farm Italia. Il bilancio 2012 si è chiuso con un attivo di 933mila euro grazie a una plusvalenza di 1,83 milioni dovuta ad alienazioni. I ricavi si sono attestati intorno ai 119mila euro mentre i costi a della produzione hanno superato i 756mila euro. Il 2011 si era chiuso con una perdita d’esercizio di 1,89 milioni a fronte di ricavi che ammontavano a 1,81 milioni. Dal 2011 al 2012 i ricavi di H-Farm Italia sono passati da 1,81 milioni a 119 mila euro.

Dai dati riportati nella nota integrativa del bilancio, nell’esercizio 2012, nessuna delle altre imprese «collegate» ad H-Farm Italia ha registrato un risultato d’esercizio positivo. Le perdite variano da poche migliaia fino a oltre i 200mila euro. Per le altre imprese «controllate» di H-Farm Italia, gli ultimi dati disponibili presenti sul bilancio si riferiscono all’esercizio 2011. In cinque casi su cinque si registrano perdite che vanno da poco più di qualche migliaio fino agli oltre 186mila euro.

Ah, i premi. Che grande bellezza.

NOTA: Per completezza, alla voce «imprese collegate» figurano LOGO607, DIGITAL ACCADEMIA, LOGOPRO*, GETBAZZA*, MISIEDO*, CORSO12, RESPONSA*, TILTAP*, FUNGO STUDIOS, GORWT.P., GARAGE ITALY. Alla voce «imprese controllate» figurano SHADO*, DOMAINS INCOME*, LABS*, UANNABE*, NEW B TV*. Un’ultima precisazione relativa alla sezione «altre imprese» dove figurano H-ART*, H-UMUS, BIG ROCK*, M.D.M. in LIQ*, JOBSLOT*, ONERING*, DESALL*, VENETWORK*, H-ENABLE, IZANAMON, 20LINES, DEPOP, H12. I dati presenti sul bilancio di H-FARM Italia relativi alle imprese con l’asterisco (*) fanno riferimento al 31/12/2011. I dati significativi alla sezione «altre imprese» sono quelli di H-Art e H-Humus. H-Art al 31/12/2011 ha registrato un utile di 883mila euro. H-Humus al 31/12/2012 un utile di 247mila euro. Tutti dati sono pubblicamente consultabili sul portale online del Registro delle Imprese.

Flop delle startup rinnovabili: il caso Samares e quel milione di euro del Fondo Hi-Tech per il Sud

Continua il nostro viaggio per tentare di capire dove sono finiti i 153 milioni di euro di natura pubblica del Fondo Hi-Tech per il Sud dedicato alle startup innovative. Come ho più volte detto, ricostruire quello che è accaduto dopo la metà del 2012, a seguito di una relazione conclusiva piuttosto lacunosa, è un’impresa non proprio facile.

A novembre 2011 la Samares, una società di sistemi di monitoraggio per l’efficienza energetica, beneficia tramite IMI Fondi Chiusi, una delle quattro SGR aggiudicatarie della gestione dei fondi e controllata del Gruppo Intesa Sanpaolo, di 1 milione di euro dal Fondo Hi-Tech per il Sud. La sede principale della società è a Sesto San Giovanni. Due sedi secondarie si trovano a Novacchio (provincia di Pisa) e Lecce.

In un’intervista a donnabiz del 1 febbraio 2012, Sandra Magnani, fondatrice di Samares e Presidente del Distretto Tecnologico Energie Rinnovabili della Regione Toscana dichiarava:

«Ho fondato Samares avendo in mente un piano strategico ben preciso che ha come soggetto l’energia sostenibile. Recentemente Samares si è rafforzata con l’ingresso nel capitale sociale di Intesa Sanpaolo tramite il fondo di Venture Capital Atlante Ventures Mezzogiorno che ha investito nell’azienda 2 milioni di euro. Samares è un’avventura iniziata tre anni fa e che oggi è un’affermata realtà italiana, se siamo arrivati a questo punto è perché abbiamo lavorato sodo creandoci la nostra credibilità in un mercato altamente competitivo.»

Poco più di un mese dopo, il 15 marzo 2012, la Samares «ha fruito dell’ammortizzatore sociale della CIG in deroga per la durata di 9 mesi, a far data dal 01/04/2012, in favore di un numero massimo di 28 lavoratori». Il 14 dicembre 2012 la società è formalmente dichiarata fallita con una sentenza del Tribunale di Monza.

Negli atti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’organico di Samares contava di 17 persone totali, così distribuite nelle varie sedi della aziendali: 10 dipendenti in Lombardia, 6 in Toscana, 1 in Puglia.

Nella relazione conclusiva del Fondo Hi-Tech per il Sud, datata luglio 2012, si legge:

«In capo alla società ciò ha determinato un blocco pressoché totale delle vendite che, unitamente alla mancanza di ordini, alle perdite registrate nel primo trimestre e alla tensione finanziaria conseguente anche agli elevati costi fissi del personale, hanno reso necessaria la messa in liquidazione della società. Lo scorso 18 maggio l’assemblea dei soci ha nominato il dott. Alfredo Imparato liquidatore della società.»

Come ho più volte ricordato nei post precedenti sull’argomento, il Fondo Hi-Tech per il Sud era un fondo da 153 milioni di euro di natura pubblica destinato a creare e consolidare l’occupazione in alcune aree economicamente depresse del Paese, puntualmente individuate dal bando. La Puglia era una di queste. Dagli atti presenti sul sito dell’Agenzia per la Diffusione delle Tecnologie per l’Innovazione, Samares avrebbe beneficiato di 1 milione di euro per creare 1 posto di lavoro in Puglia e fallire pochi mesi più tardi, dopo che avrebbe ricevuto, secondo quanto dichiarato dalla fondatrice, a novembre 2011, da IMI Fondi Chiusi, un investimento da 2 milioni di euro dal Fondo Altante Ventures Mezzogiorno.

Come si possono dedicare una quota così significativa di fondi a una società che pochi mesi più tardi fallisce? Chi ha valutato il ritorno degli investimenti nella Samares e su quali criteri oggettivi si è basato? Ma soprattutto perché alla Samares è stato concesso di beneficiare di 1 milione di euro dal Fondo Hi-Tech per il Sud – destinato a risollevare l’economia del Mezzogiorno – quando nella sede pugliese avrebbe creato, stando agli unici atti ufficiali reperibili, occupazione per una sola persona? E perché il Gruppo Intesa Sanpaolo, attraverso IMI Fondi Chiusi avrebbe investito ulteriori 2 milioni nella Samares che pochi mesi più tardi ha chiuso i battenti?

Qual è il controsenso di tutta questa vicenda? Milioni di euro di fondi vengono destinate a iniziative imprenditoriali in stato di collasso mentre centinaia di piccoli imprenditori e startupper con piccole e medie imprese virtuose che generano utili fanno difficoltà o non riescono del tutto ad aver accesso né al credito bancario né tantomeno alle centinaia di milioni di euro disponibili di fondi dedicati all’imprenditoria. Perché questa disparità di trattamento?

Nei prossimi giorni, come anticipato, pubblicherò ulteriori post sulla vicenda del Fondo Hi-Tech per il Sud e sugli investimenti fatti dalle quattro Società di Gestione del Risparmio che hanno veicolato i finanziamenti del Fondo.

La risposta della Dott.ssa Sandra Magnani

Di seguito la risposta della dottoressa Sandra Magnani:

Milano, 16 settembre 2013

Egregio Dottor Lupetti,

le scrivo per segnalarle alcune doverose precisazioni a quanto contenuto nell’articolo “Flop delle startup rinnovabili: il caso Samares e quel milione di euro del Fondo Hi-Tech per il Sud”, pubblicato il 26 agosto 2013 su WorkUp.

Ho fondato Samares nel 2008 e fino al 2011 la Società ha avuto un trend positivo, distinguendosi sul mercato per competenza e capacità di innovazione, tanto da ottenere riconoscimenti e premi dalla Camera di Commercio di Pisa (come migliore start-up innovativa) e dal Polo Tecnologico di Navacchio (come società che ha realizzato la migliore crescita in termini di profitto).

Sin dall’inizio della sua attività Samares ha operato nel mercato del fotovoltaico con una prevalenza di installazioni al Sud, soprattutto in Puglia. Tre dipendenti operavano nella sede di Lecce per la direzione dei progetti e dell’indotto locale (piuttosto rilevante).

L’ingresso di IMI Fondi Chiusi in società è avvenuto nel secondo semestre del 2011 e prevedeva un investimento di 2 milioni di Euro per l’espansione delle attività nel Mezzogiorno nell’arco di due anni. Il piano voluto e condiviso con il Fondo presupponeva una progressiva riconversione di Samares dal puro mercato fotovoltaico a quello dell’efficienza energetica.

Il primo milione di Euro è stato versato al momento dell’ingresso di IMI Fondi Chiusi; il secondo milione sarebbe stato versato solo a giugno dell’anno successivo (2012), al raggiungimento di precisi obiettivi.

Nel corso del primo semestre del 2012, tutte le società del settore – ivi compresa Samares – si sono trovate a fronteggiare le seguenti gravi difficoltà:
1. il blocco generalizzato dei finanziamenti bancari ha avuto pesantissime ripercussioni sul mercato fotovoltaico;
2. il fermo improvviso degli investimenti industriali ha inaspettatamente bloccato lo sviluppo commerciale anche del segmento dell’efficienza energetica;

3. l’emanazione del decreto “IV Conto Energia” da parte del Ministero dello Sviluppo Economico (rilevantissima l’eco su tutti i giornali), che ha limitato fortemente il tasso potenziale di sviluppo degli impianti non residenziali, cioè il segmento in cui Samares principalmente operava.

A causa di quanto sopra, è risultato impossibile raggiungere gli obiettivi prefissati dal piano di investimento di IMI Fondi Chiusi, e il secondo milione di Euro non è mai stato erogato. L’Assemblea dei soci ha così deciso di mettere in liquidazione la Società, poi purtroppo fallita, con svalutazione di tutti gli investimenti.

Al di là dei dettagli, sono certa che comprenderà l’esigenza di non veder travisati i fatti che hanno coinvolto una società, Samares, nella quale ho creduto fortemente e nella quale ho speso e sacrificato personalmente tempo e denaro, e – si badi – senza che l’investimento di IMI Fondi Chiusi abbia portato alla sottoscritta alcun beneficio, in qualunque forma.

La ringrazio in anticipo se vorrà pubblicare la presente lettera sul Suo blog.

Distinti saluti,
Sandra Magnani

Startup: operazione trasparenza per i 100 milioni di fondi pubblici in arrivo

Neelie Kroes, Vicepresidente della Commissione europea ha annunciato l’arrivo di 100 milioni di euro destinati alle startup

Neelie Kroes, Vicepresidente della Commissione europea.Neelie Kroes, Vicepresidente della Commissione europea.

C’è fermento nell’aria. Da Bruxelles sta per arrivare una valanga di soldi destinati alle startup innovative. L’11 luglio 2013 Neelie Kroes, Vicepresidente della Commissione europea, ha annunciato l’arrivo di fondi per un valore complessivo di 100 milioni di euro. La precisazione è d’obbligo. I fondi non saranno erogati direttamente agli startupper ma verranno veicolati attraverso consorzi appartenenti all’ecosistema Internet tra cui incubatoti, acceleratori d’impresa, società di capitale di rischio, spazi di coworking, organismi di finanziamento regionali, associazioni di PMI e imprese tecnologiche.

Perché mai questo genere di fondi vengono sempre più spesso destinati a incubatori, acceleratori e ad altre realtà simili anziché direttamente ai singoli che vogliono fare impresa? La risposta è semplice. Poiché questi soggetti hanno le competenze adeguate per valutare un business d’impresa risultano, su un mero ragionamento di principio, gli intermediari più adatti tra chi eroga i fondi e i potenziali nuovi imprenditori che hanno bisogno di capitali o di liquidità per far decollare il proprio business.

Come ragionamento non farebbe una grinza. Se non fosse per alcuni aspetti cruciali su cui è necessario un doveroso e puntuale approfondimento.

Primo fra tutti, quali sono i criteri di trasparenza con cui tali soggetti – perlopiù privati – selezionano le startup a cui destinare questi fondi che sono, vale la pena ribadirlo, di origine pubblica?

Chi è che garantisce che questi fondi, anziché a un qualunque startupper, non vengano ad esempio dirottati in iniziative imprenditoriali che facciano capo a taluni membri interni del management di tali incubatori, acceleratori o ad altri soggetti riconducibili per svariate ragioni agli organismi di finanziamento regionale o alle associazioni di cui sopra?

In questo caso non ci troveremmo di fronte a una palese violazione di un principio di equità che favorirebbe, anziché gli startupper, un’élite molto ristretta di individui che hanno la facoltà di gestire arbitrariamente somme considerevoli? Chi è preposto a vigilare affinché casi simili vengano scongiurati?

Qual è poi la reale capacità delle singole realtà che avranno il compito di gestire i 100 milioni di fondi pubblici di saper investire in iniziative che siano in grado di sopravvivere alle regole di un mercato competitivo?

Sarebbe opportuna un’operazione di grande trasparenza. Non solo a livello consuntivo ma di carattere preventivo per capire a chi sarà destinata la gestione di questi fondi. Tanto per cominciare rendendo pubblici i bilanci ufficiali degli ultimi cinque anni sui loro siti, inclusi quelli delle holding, delle relative società controllate e di quelle collegate.

Rendano inoltre pubblico l’ammontare complessivo dei fondi di natura pubblica e privata di cui hanno beneficiato dall’inizio della loro attività fino ad oggi, in quali iniziative imprenditoriali li hanno investiti, quante di loro sono ancora in attività, la composizione del relativo management e se al suo interno ci siano soggetti riconducibili direttamente a specifici incubatori, acceleratori, società di gestione del risparmio e quant’altro per scongiurare possibili conflitti d’interesse tra interessi privati e fondi di natura pubblica.

Ove non sia possibile, perché ci troviamo di fronte a realtà di recente istituzione, si renda pubblica la composizione del board manageriale e se al suo interno siano presenti individui che precedentemente hanno ricoperto cariche in società simili o che attualmente ricoprano il medesimo ruolo in altre realtà che gestiranno una parte di quei 100 milioni di euro.

Sarebbe un piccolo ma significativo passo avanti volto a fornire ai singoli startupper una maggiore equità e trasparenza nel modo in cui questi fondi vengono gestiti, a chi sono destinati e di valutare su risultati certi le società a cui è demandata la loro gestione.