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	<title>Woork Up</title>
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	<description>A fresh charge of  creativity</description>
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		<title>Facebook sbarca in borsa con un mezzo flop</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 16:56:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Doveva essere un giorno speciale per Zuckerberg. Lo sbarco in borsa di Facebook al Nasdaq di New York. Si è trasformato invece in un mezzo flop. E i malumori degli investitori cominciano già a farsi sentire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Palo Alto è giorno dei bilanci dopo lo sbarco di ieri da parte di Facebook al Nasdaq di New York. I maligni dicono che Mark Zuckerberg stia festeggiando a metà. Dicono che l&#8217;atmosfera non sia particolarmente goliardica da quelle parti.<br />
Mormorano &#8211; quando il boss gira alla larga &#8211; che fissare il prezzo di apertura delle azioni a 38$ dollari sia stata una sciocca leggerezza da megalomani.<br />
Ieri infatti qualcosa è andato storto. Se ne sono accorti tutti. Non bisogna essere particolarmente svegli per farsi due conti in croce. Il Wall Street Journal, la CNN, Forbes e altre importanti testate hanno sparato sulla IPO definendola un mezzo flop.</p>
<p>Sì è vero, Facebook ha trainato la seconda offerta pubblica più grande della storia degli USA dopo quella di Visa. Però la forma conta. Alle volte più della sostanza.<br />
Perché dopo l&#8217;apertura a 38$ dollari, le azioni sono schizzate a 42,05$ dollari, con un incremento del 10,7% nel giro di pochi minuti. Poi non si è capito più niente. Qualcuno ha iniziato a tremare. Le cose hanno preso una piega inaspettata. Broker con facce atterrite e psicosi da crollo azionario.</p>
<p>Nel giro di dieci minuti il prezzo è tornato al valore di apertura. Poi è risalito intorno ai 40$ dollari. Le azioni hanno altalenato per tutto il giorno tra i 41$ dollari e 39$ dollari per poi tornare in chiusura ad un misero 38,08$ dollari ad azione.</p>
<p>Dicono pure che, per evitare la figuraccia, i maggiori investitori abbiano cercato di salvare il salvabile. Una trentina di banche guidate da Morgan Stanley, JP Morgan, Goldman Sachs che hanno fatto di tutto per non far crollare il prezzo ben al di sotto della soglia psicologica di partenza dei 38$ dollari. </p>
<p>I grandi maghi della finanza, responsabili della più violenta crisi finanziaria dell&#8217;ultimo secolo, all&#8217;opera per salvare la faccia. Facebook doveva fare il botto. Ha fatto appena un misero scoppio. Chissà che il botto non lo faccia al contrario. Speriamo di no.<br />
Altrimenti trascinerà con se un bel po&#8217; di gente dentro al cratere.</p>
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		<title>Quando Internet diventa l&#8217;ultima spiaggia di una politica morente</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 21:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il PDL riparte dalla comunicazione per il rilancio del partito. Ma non basterà internet a risollevarne le sorti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una volta c&#8217;era Silvio Berlusconi. Mattatore indiscusso, nel bene e nel male, del teatrino della politica italiana. Poi sono arrivati i casini. Quattro chiacchiere in privato con Napolitano e un rapido abbandono della scena.<em>Adieu monsier le President.</em></p>
<p>Prima di sloggiare però Silvio ha incoronato Alfano come suo successore. Qualcuno ha storto il naso. Nel suo schieramento in molti hanno ingoiato il rospo. Nei corridoi del Palazzo, i più smaliziati mormorano che l&#8217;appeal di Angelino non è proprio da sex bomb della politica. Metteteci pure un&#8217;immagine del PDL in affanno. Agitate e il risultato sarà un disastro pari a quello delle recenti amministrative all&#8217;ennesima potenza. Un rischio inaccettabile per le prossime elezioni politiche che nessuno vuole correre. </p>
<p>Il PDL ha bisogno di un rilancio d&#8217;immagine. Si riparte dalla comunicazione con gli elettori. Internet sarà l&#8217;ultima ancora di salvezza per risollevare le sorti di un partito un po&#8217; sbiadito. E&#8217; una strategia un po&#8217; sgangherata, d&#8217;accordo. Internet è l&#8217;ultima spiaggia per tutti quando le cose buttano male.</p>
<p>Il piano è semplice. Hanno scelto un comunicatore coi fiocchi. Si chiama Marco Montemagno. Uno di quelli che se lo state a sentire per cinque minuti vi farà saltare i nervi e voglia di sterminare una colonia di innocui puffi. Siccome vi conosco, non saltate a facili conclusioni. Le solite malelingue so già che stanno pensando. Precisiamolo subito. Lui è uno che ci sa fare, approccio pragmatico, piglio da figlio dello zio Sam. Lo show in grande stile stelle e strisce con tanto di claque che applaude. </p>
<p>D&#8217;altronde a noi italiani le americanate ci sono sempre piaciute. Peccato che siamo soliti scopiazzarle con uno stile un po&#8217; provincialotto. Che ne so, prendete una serie televisiva come &#8220;ER Medici in prima linea&#8221; e il corrispettivo casereccio de &#8220;Un medico in famiglia&#8221;. George Clooney contro Giulio Scarpati. Sfido ogni donna a decidere con quale dei due andare a letto. Ma questo è un altro discorso.<br />
Qual è il punto.</p>
<p>L&#8217;articolo è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi. S&#8217;intitola <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/pdl-riprova-internet-montemagno-marcia-online-verso-2013/224269/">&#8220;il PDL scopre il web e cerca l’effetto Obama. Via alla marcia online per il 2013&#8243;</a>. Dategli una letta per capire di più la faccenda che vi ho riassunto qui sopra.</p>
<p>La campagna elettorale di Obama è stata per certi versi rivoluzionaria. L&#8217;uso dei social network e di internet ha influito in maniera decisiva alla sua elezione. Montemagno e company ne sono evidentemente rimasti affascinati. Se la sono venduta bene. Il PDL ha abboccato. Lanciamoci nella sfida del secolo. <em>Olè. </em></p>
<p>C&#8217;è solo un piccolo dettaglio che tutti sottovalutano. L&#8217;elezione di Obama non è stata solo frutto del merchandising elettorale, del buzz sui social network e di un&#8217;illuminata strategia di comunicazione.<br />
Obama era la novità. Obama era il riscatto dell&#8217;America nera. Obama era la grande svolta che milioni di americani aspettavano dopo due non proprio brillanti mandati del cowboy del Texas, George W. Bush. C&#8217;è pure da dire, a sua parziale discolpa, che quando hai a che fare con due aerei impazziti che ti buttano giù due torri, di scelte da fare ne hai davvero poche.</p>
<p>Internet come cassa di risonanza per i vostri spot elettorali non sposterà mezzo voto alla resa dei conti delle urne. Mettetevelo bene in testa.</p>
<p>Potete infiocchettare le cose come volete. Ma se la percezione della gente è che la state infinocchiando, sarà lei a fregare voi. Obama era una cosa. Il PDL è un agglomerato stantio di facce già viste. Il solito mischione che gira da anni nei Palazzi del potere verso cui la gente non prova un sentimento del tutto benevolo. Possono cambiare nome, simbolo, inno. Ma sempre quelli restano. </p>
<p>A sinistra non c&#8217;è da stare tanto più allegri. Le considerazioni di sopra valgono anche per loro. La situazione dell&#8217;attuale classe politica italiana la conosciamo tutti e non c&#8217;è niente da aggiungere. Grillo? Un po&#8217; come Pinterest. Se ne parla ma non sfonda. Ma bisogna riconoscere che, più di tutti, è uno di quelli che ha capito per primo come girano le cose sulla rete. Può piacere oppure no. Ma l&#8217;idea di creare un movimento che si sviluppasse autonomamente dal basso, grazie alla diffusione della rete, ha fatto breccia e, seppure con i suoi limiti, è un modello partecipativo che funziona perché replica il modello di collaborazione di internet.</p>
<p>I partiti invece ragionano al contrario. La classe dirigente decide. La base è lo spettatore. Più che internet replicano il funzionamento della televisione. Uno può solo cambiare canale e scegliere quello successivo. Peccato però che con i programmi che girano, è meglio tenerla spenta.</p>
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		<title>Terremoto Yahoo! Cadono le prime teste dopo lo scandalo delle dichiarazioni false sul CV del CEO Scott Thompson</title>
		<link>http://woorkup.com/2012/05/08/terremoto-yahoo-ceo-scott-thompson/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 19:01:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La testa di Patty Hart, responsabile della ricerca che ha portato alla selezione di Scott Thompson è caduta poche ore fa. Ed è forse è solo l'inizio di una reazione a catena all'interno del board di Yahoo! dopo lo scandalo del falso curriculum di Thompson.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La storia merita una certa attenzione. Per capirla tutta va ripercorsa fin dall&#8217;inizio. Che negli ultimi tempi Yahoo! non se la passasse per niente bene è affare noto a tutti.</p>
<p>Nel 2009, il consiglio di amministrazione aveva invitato il fondatore Jerry Young a mettersi gentilmente da parte. La sua gestione nel ruolo di CEO era stata semplicemente disastrosa. Un mix di scarsa innovazione e scelte sbagliate che avevano portato Yahoo! sull&#8217;orlo del baratro. </p>
<p>Al suo posto, i membri del board avevano calato l&#8217;asso nominando Carol Bartz nel ruolo di CEO. Donna di ferro, ex CEO di Autodesk, membro di vari consigli di amministrazione da Intel a Cisco. Mica una da poco.</p>
<p>Tanto per farvi capire di che pasta stiamo parlando, a Michael Arrington (fondatore di TechCrunh), che durante un&#8217;intervista l&#8217;aveva stuzzicata nel modo sbagliato, aveva riservato un garbatissimo &#8220;fottiti&#8221; abbandonando la loro chiacchierata a metà. Immaginatevela pure mentre gira i tacchi e porge il dito medio al suo interlocutore invitandolo a infilarselo in quel posto.</p>
<p>Nonostante le aspettative, la gestione Bartz non brillò più di quella di Yang. La cura fu peggiore del male. Dicono che nei due anni alla guida del colosso del web, la Bratz abbia fatto più danni di una grandinata a primavera inoltrata.</p>
<p>Qualcuno ebbe la pietà di staccare la spina. Il 6 settembre del 2011 la lady di ferro ricevette una telefonata. Le comunicarono a bruciapelo che era stata licenziata. I maligni dicono &#8220;fottuta&#8221;. Le versioni ufficiali, come sapete, non coincidono mai con la realtà dei fatti.</p>
<p>Dopo un breve interim il board vide la luce. Trovò in Scott Thompson, Presidente di PayPal, il candidato ideale per la guida di Yahoo! Le cose sarebbero andate perfettamente. Se nel curriculum vitae, il brillante Scott, non avesse affermato il falso.</p>
<p>Ai tempi della nomina di Thompson molti insider non l&#8217;avevano presa bene. Il nuovo CEO non convinceva. Non perché fosse incapace. Semplicemente perché qualcuno avrebbe preferito piazzarci un amico di vecchia data.<br />
Si chiamano giochi di forza. A dispetto di quello che alcuni credono, queste cose non succedono solo in Italia.</p>
<p>Dicono che qualcuno quella nomina a CEO l&#8217;avesse presa male. Dicono che sempre questo qualcuno avesse chiesto sottobanco di passare ai raggi X l&#8217;intera vita di Scott per trovare ogni minima crepa utile ad aprire una voragine che potesse inghiottirlo.</p>
<p>Gli americani sanno il fatto loro. Se vogliono farti fuori sanno come farlo senza scatenare effetti collaterali. Figuriamoci mettere in croce un povero Cristo. </p>
<p>Pochi giorni fa il curriculum di Thompson è arrivato sulla scrivania di questo qualcuno. Un fascicolo con la scritta &#8220;TOP SECRET&#8221; e due o tre righe evidenziate in giallo.<br />
Due lauree. <a href="http://woorkup.com/2012/05/07/woork-up-video-episodio-1/">Una mai conseguita</a>.<br />
BOOM.</p>
<p>Prima sono arrivate le smentite. Poi le scuse rivolte a tutti da parte dell&#8217;interessato che ha liquidato la questione come un puro errore materiale. A seguire è stata avviata un&#8217;indagine per chiarire il polverone che si era scatenato. I segugi degli affari interni hanno sgamato che qualcuno sapeva. La piazza pulita è appena iniziata.</p>
<p>La testa di Patty Hart, responsabile della ricerca che ha portato alla selezione di Scott Thompson, è caduta poche ore fa. Dicono perché volesse concentrarsi su altre questioni inerenti al suo ruolo di CEO di International Game Technology.<br />
Dicono.<br />
Le versioni ufficiali, come avrete capito, non coincidono mai con la realtà dei fatti.</p>
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		<title>Woork Up Video Episodio 1</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 22:20:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[video]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo episodio - Facebook alla vigilia dell'offerta pubblica d'acquisto, raggiungerà i 100 miliardi di dollari di valore? Guai per il CEO di Yahoo! Scott Thompson per un curriculum taroccato. LG presenta la Google TV. <a href="http://woorkup.com/2012/05/06/pinterest-porn-sex/">SEX.com</a> il pinterest del porno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/41734694?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0&amp;color=ffffff" width="610" height="343" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe></p>
<p><strong>In questo episodio</strong> &#8211; Facebook alla vigilia dell&#8217;offerta pubblica d&#8217;acquisto, raggiungerà i 100 miliardi di dollari di valore? Guai per il CEO di Yahoo! Scott Thompson per un curriculum taroccato. LG presenta la Google TV. <a href="http://woorkup.com/2012/05/06/pinterest-porn-sex/">SEX.com</a> il pinterest del porno.</p>
<p><em>NOTA: Visto che questo è il primo episodio, suggerimenti di ogni tipo sono graditissimi.</em></p>
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		<title>Perché Pinterest fa tanto bene… al porno</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 14:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo hanno etichettato come la rivelazione dell'anno. Poi, dopo un primo sprint iniziale, ha perso quasi due milioni di utenti in neanche due mesi. E qualcuno ha pensato di farne un clone porno...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo hanno etichettato come la rivelazione dell&#8217;anno. Poi, dopo un primo sprint iniziale, ha perso quasi tre milioni di utenti in neanche due mesi. Mentre tutti ne discutevano con il solito approccio filosofico, qualcuno un po&#8217; più smaliziato è rimasto a guardare nell&#8217;ombra facendosene un&#8217;idea diversa. Carino questo Pinterest. Con un po&#8217; di girls siliconate impegnate in certe attività vietate ad un certo pubblico potrebbe perfino essere meglio. E tutto sommato aveva ragione.</p>
<p>Il modello Pinterest piace. Forse, a dispetto degli scettici, funziona pure. Non è un caso che uno dei domini storici del porno <a href="http://sex.com">sex.com</a>, il dominio più pagato di tutti i tempi, abbia deciso di farne un clone per il lancio del nuovo sito.</p>
<p>A vederlo ti viene quasi il sospetto che un insider di Pinterest abbia passato sottobanco tutto il codice sorgente in cambio di chissà quali favori.</p>
<p>Sex.com è una vera e propria community di internauti totalmente sex oriented con tanto di board a tema dedicati. Ce ne sono per tutti i gusti suddivisi accuratamente per categorie, dall&#8217;amatoriale al vintage. Il gusto di scoprirli lo lascio a voi. Ne avrete per ore.</p>
<p>Il funzionamento è semplice. Ti registri. Fai il login. Crei i tuoi board. Fai il &#8220;pin&#8221; di immagini e video &#8211; di un certo spessore e profondità &#8211; che raccapezzi tra i vari YouPorn e Beeg. Li condividi con gli altri utenti. Ricevi like e repin. Ideale per ammazzare il tempo in certe serate poco riuscite.</p>
<p>In Italia non se ne è praticamente parlato. Altrove, il lancio di questo Pinterest del porno è stato chiacchieratisimo. Testate come l&#8217;<a href="http://www.huffingtonpost.com/2012/05/03/sexcom-another-pinterest-for-porn-site_n_1474148.html">Huffington Post</a> gli hanno dedicato il giusto spazio che si meritava. D&#8217;altronte anche il porno è un&#8217;industria. Non dimenticatevelo.</p>
<p>Il porno nel nostro paese è da sempre un argomento offlimits. Se ne parli ti guardano male come uno sessualmente disturbato. Il fatto che internet lo abbia sdoganato a fenomeno di massa mondiale, facendolo entrare a pieno diritto nella cultura &#8220;popular&#8221;, è un dettaglio che nessuno vuole considerare.</p>
<p>Strano però che tra i primi cinque paesi nella classifica dei maggiori fruitori del porno online a livello mondiale ci siamo proprio noi italiani. E non date sempre la colpa ai soliti quattro ignoti. Il fenomeno è più diffuso di quello che vi ostinate a negare. Non serve la macchina della verità per capire che state tutti mentendo fino all&#8217;osso.</p>
<p>E dopotutto un giretto su Sex.com ve lo consiglio. Se proprio non vi piacciono i contenuti, almeno il layout del sito, sono sicuro, lo apprezzerete.</p>
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		</item>
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		<title>Le vittime &#8220;illustri&#8221; del patto Facebook-Instagram</title>
		<link>http://woorkup.com/2012/04/22/facebook-instagram-vittime-illustri/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 09:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Facebook acquista Instagram e il fatto fa le prime vittime illustri. Dopo Jack Dorsey, abbandona anche Phil Schiller.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo a dare l&#8217;addio era stato <a href="https://plus.google.com/u/0/112930363515083491757/posts/Q1RH7e3w9nU">Jack Dorsey</a>, co-fondatore di Twitter. Una storia lunga la sua. Jack era stato tra i primi investitori di Instagram. Aveva sperato di integrarlo con Twitter. Ha tentato di acquistarlo in più di un&#8217;occasione. Se l&#8217;è invece lasciato soffiare sotto il naso dal terribile Zuckerberg. </p>
<p>Poi è successo anche a Phil Schiller, uno dei boss di Apple, (<em>senior vice president of worldwide marketing</em>) mica cosa da poco. Phil se l&#8217;è presa col fatto che Instagram, dopo aver rilasciato l&#8217;app per Android ha snaturato la sua natura di &#8220;piccola&#8221; comunità per appassionati di fotografia. La dimensione di massa che ha raggiunto Instagram, non è più in linea con lo spirito iniziale, sostiene. </p>
<p>Uno come me farebbe notare al maestoso Phil che è un po&#8217; la stessa cosa che è successa ad Apple nel tempo. Da fenomeno di nicchia a quello che è oggi. Ma è meglio farsi i fatti propri. Dicono che non sia una pecorella molto docile.</p>
<p>La verità è che Instagram era un&#8217;esclusiva iOS e Apple, finché è rimasta tale, ci sguazzava. Un annetto fa circolavano leggende secondo cui l&#8217;aumento delle vendite degli iPhone era dovuto proprio alla Instagram mania. Niente di ufficiale, capiamoci. Ma quanto basta per capire la portata del fenomeno.</p>
<p>Schiller, nel suo ruolo ad Apple, ha dovuto dire basta dopo il tradimento di Instagram con Android. Un&#8217;altra vittima illustre per l&#8217;applicazione di photo sharing. </p>
<p>Ma a Kevin Systrom, di Schiler, interessa poco. L&#8217;app per Android ha fatto il botto. E lui siede su una montagna di un miliardo di dollari chiedendosi ancora se tutto quello che è successo sia vero.</p>
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		<title>L&#8217;involuzione del Web: come Google e Facebook stanno cambiando la rete e le nostre abitudini</title>
		<link>http://woorkup.com/2012/04/15/linvoluzione-del-web-come-google-e-facebook-stanno-cambiando-la-rete-e-le-nostre-abitudini/</link>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 19:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[spotlight]]></category>

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		<description><![CDATA[La rete si sta evolvendo. O forse sta solo facendo enormi passi indietro. Ecco cosa sta cambiando grazie a Google e Facebook.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Corsi e ricorsi storici. Succedono inspiegabilmente in ogni contesto umano. Sarà perché non abbiamo le idee molto chiare o forse perché, per quanto le cose cambino, ci avvitiamo in una specie di spirale in cui tutto muta in superficie ma la sostanza, alla fine, resta la stessa.</p>
<p>Intorno alla fine degli anni Novanta il Web era accentrato attorno ai grandi portali come AOL, Yahoo!, Netscape. Poi sono esplosi i blog e allora, l&#8217;informazione e le notizie si sono ripartite in una miriade di piccoli fonti che hanno reso il Web un luogo più _democratico_ e partecipativo.</p>
<p>Il trend è stato questo per più di un decennio. Ora le cose sembrano di nuovo collassare sul vecchio modello, per certi versi, esasperandolo, per altri migliorandolo. Internet si sta polarizzando sempre di più su due enormi pilastri. <em>Google</em> e <em>Facebook</em>.</p>
<p>Google <em>è</em> la ricerca sul Web. Facebook <em>è</em> il social network del Web. Sono due giganti che hanno capito che la nuova direzione è l&#8217;integrazione dei due aspetti con un unico fine: diventare l&#8217;uno o l&#8217;altro l&#8217;unico _hub_ globale della rete.</p>
<p>Google sta tentando di recuperare terreno con Google+ per il <em>social</em>. Facebook invece, con un motore di ricerca tutto suo, per la _ricerca_. Circolano voci che Microsoft voglia liberarsi di Bing e cederlo a Zuckerberg.<br />
Chi si aggiudicherà questa guerra modificherà di nuovo le nostre abitudini sul Web per il decennio successivo e forse di più.</p>
<p>I blog, capiamoci, resteranno ma ci passeremo sempre meno tempo così come sta già accadendo. Preferiremo fruire delle notizie attraverso un unico servzio, Google, Facebook o entrambi. Twitter? Su duecento milioni di utenti meno della metà, forse, sono veri e la sua forza resterà anche il suo limite che lo taglierà fuori da questa guerra tra giganti: 140 caratteri sono troppo pochi.</p>
<p>Non è detto che alla fine vinca qualcuno. Ma l&#8217;informazione sarà di nuovo accentrata, più di quanto accadesse negli anni Novanta, in due enormi monoliti. E&#8217; una specie di involuzione del Web. Forse non è lo scenario più auspicabile ma, per la direzione che hanno preso le cose, è del tutto inevitabile.</p>
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		<title>Nuovo iPad: perché potete farne tranquillamente a meno</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 21:20:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Technology]]></category>
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		<description><![CDATA[Il nuovo iPad è un gioiello. Se non avete mai avuto un iPad e proprio morite dalla voglia di acquistarlo non fatevi scrupoli e correte in negozio a comprarlo. Se avete il primo iPad, però, pensateci. Se avete l'iPad 2, lasciate perdere. Ecco perché.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche ora sto giocherellando con il nuovo iPad. Quello che volgarmente, tanto per capirci, tutti etichettiamo come iPad 3.<br />
Per carità, non fatevi sentire dalle parti di Cupertino che lo chiamate così. Dicono che il nuovo boss di Apple vada su tutte le furie.</p>
<p>Tim Cook ha preferito fare di testa sua e quando la solita pecora nera di giornalista gli ha fatto notare che quel nome era un po&#8217; stonato lui ha risposto inviperito: <em>&#8220;Non ci piace essere prevedibili, ok?&#8221;</em>.</p>
<p>Sarà. Ma ad essere del tutto onesti, questo nuovo iPad non è neanche un&#8217;enorme novità. Se vogliamo infierire, più che <em>&#8220;prevedibile&#8221;</em> era tutto un po&#8217; scontato.</p>
<p>E va bene. Ha il Retina display. Ma ce lo aspettavamo (lo speravamo) da tempo. Esattamente dal giorno successivo alla presentazione dell&#8217;iPhone 4. Era giugno 2010, c&#8217;era ancora Steve Jobs e non si era mai visto niente del genere prima d&#8217;allora. Ieri avremmo tutti detto <em>&#8220;wow!&#8221;</em>. Oggi, senza stupirci troppo, un lapidario <em>&#8220;era ora&#8221;</em>.</p>
<p>Capiamoci, questo schermo è indescrivibile. Solo se lo avete tra le mani riuscite a capire cosa intendo. Colori brillanti, caratteri definiti senza la minima sbavatura, una vera goduria per gli occhi.</p>
<p>C&#8217;è poi l&#8217;hardware potenziato. Fila tutto che è una bellezza, giochi e applicazioni, senza il minimo ritardo. Dicono che il <em>case</em> diventi bollente. Ho giocato per due ore ad Infinity Blade II, il calore aumenta e si sente, ma è sopportabile e non mi pare così rovente come lo hanno descritto.</p>
<p>Solo la tastiera ogni tanto fa le bizze quando pigiate i tasti virtuali più velocemente di quanto iOS sia disposto a darvi retta. E&#8217; un problema noto fin dalle versioni preistoriche del sistema operativo. Pare però che gli ingegneri di Apple proprio non riescano a risolverlo.</p>
<p>L&#8217;unico vero disappunto è per la mancanza della funzionalità di riconoscimento vocale, non disponibile in italiano. Un gran rodimento perché su questo fronte Apple, rispetto a Google, è terribilmente indietro. Non fatevi incantare da Siri. Con Android parli in modo naturale e lui trascrive tutto quello che dici senza sbagliare una parola. Riconosce di tutto, anche i termini più strani e inimmaginabili. E&#8217; disponibile in oltre 25 lingue e c&#8217;è pure l&#8217;italiano. Non fatevi illusioni, con Apple dovremmo aspettare ancora un bel pezzo.</p>
<p>A parte questo c&#8217;è poco da dire. Il nuovo iPad è un gioiello. Ma l&#8217;esperienza d&#8217;uso è rimasta la stessa, identica e sputata al primo, indimenticabile, iPad. Se vogliamo essere più spudorati è un iPad 2 con l&#8217;hardware aggiornato. Nient&#8217;altro.</p>
<p>Se non avete mai avuto un iPad e proprio morite dalla voglia di acquistarlo non fatevi scrupoli e correte in negozio a comprarlo. Se avete il primo iPad, però, pensateci. Se avete l&#8217;iPad 2, lasciate perdere.</p>
<p>Ieri notte ero a Roma per il lancio. Ho acquistato l&#8217;iPad a mezzanotte e tre minuti. Non c&#8217;erano grandi file d&#8217;attesa fuori dai negozi di Via del Corso che iniziavano le vendite a quell&#8217;ora. Niente a che vedere con i deliri di due anni fa alla vigilia del lancio del primo iPad.<br />
Solo lo store Vodafone era zeppo di gente. C&#8217;erano musica a palla e modelle strizzate dentro tubini rossi da far perdere la testa a chiunque. </p>
<p>Mi è venuto da pensare che questo nuovo iPad, tutto sommato, non abbia più un grosso appeal. E&#8217; stato un retropensiero durato meno di un secondo. Durante il primo weekend di lancio negli Stati Uniti ne hanno venduti tre milioni. Qui in Italia non sarà da meno. </p>
<p>A Roma mi dicono che oggi pomeriggio era già introvabile.<br />
Non siate troppo bacchettoni. Non prendetevela col consumismo sfrenato. Al diavolo la crisi.<br />
Qualche sfizio, nella vita, uno se lo deve pure togliere.</p>
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		<title>Twitter: la grande menzogna</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 21:12:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[new1]]></category>
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		<description><![CDATA[La popolarità. Se non ce l’avete la potete comprare. Basta comprare followers. A vostro rischio, però.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La popolarità. Se non ce l’avete la potete comprare. O meglio, ne potete acquistare un vago surrogato.<br />
Funziona così, è semplice, è alla portata di tutti o quasi. Sempre se siete così imballati di grana e così ardentemente desiderosi di buttare i vostri risparmi in stupide edonistiche velleità a cui nessuno darà mai peso dopo esservi goduti i vostri cinque minuti di gloria.</p>
<p>La differenza fino a poco tempo fa la facevano i gioielli. I diamanti da un milione di carati che scintillavano al dito di una donna, le scarpe di Giuseppe Zanotti o le borse di Jimmy Choo. Per gli uomini, la differenza agli occhi di una donna la faceva una Panda 750 CL o una Maserati.</p>
<p>Poi è arrivata la crisi. Le cose hanno cominciato a buttare non proprio bene un po’ per tutti. Certe esternazioni si sono ridimensionate. Ci siamo buttati su Apple. Sfoggiare un iPhone nel 2008 in Italia era considerato il segno per eccellenza del nuovo status symbol sociale. All’epoca faceva figo. Tantissimo. Rimorchiavo da paura solo strusciando le dita sullo schermo per sbloccare l’apparecchio.</p>
<p>Poi però è arrivato il boom e l’iPhone ora lo vedi in mano pure ai ragazzini, pagato a rate con i risparmi di papà. L’avevo notato da tempo. Non avevo più lo stesso charme quando lo agitavo sotto gli occhi di una qualche <em>miss</em> che avevo puntato. Allora ho deciso di cambiarlo con un Samsung Galaxy Note.<br />
Vi piaccia o no, lo dite voi che le dimensioni non contano. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Arrivo al punto. Ora c’è Twitter. La popolarità si pesa in termini di followers. Se ne hai tanti sei figo. Se ne hai pochi non conti una mazza. Percezione comune. Dato di fatto.</p>
<p>I VIP aprono un account e schizzano in un giorno a 50.000 followers. In due giorni a 100.000. Poi crescono a multipli di 20.000 a seconda della loro disponibilità economica.</p>
<p>Vi dico come funziona. Molti profili sono veri. La maggior parte finti. Comprati a blocchi di qualche decine di migliaia presso agenzie specializzate che fanno solo quello. Pompano i vostri account di followers. Non lo fanno gratis. Si fanno pagare e pure un bel po’.</p>
<p>Se volete essere seguiti da 50.000 followers accomodatevi pure. Se ne volete 100.000 siete i benvenuti. Basta la vostra carta di credito. Poi però non vi lamentate se sarà come conversare con una città fantasma. Date un’occhiata ai followers dei VIP. Sono decine di migliaia di profili che hanno al massimo tre o quattro tweet. Seguono migliaia di utenti e sono seguiti a mala pena da una dozzina.</p>
<p>Guardavo poco fa l’account di Geppi Cucciari. 50.107 followers. 4 Following. 0 Tweets. Quando si dice, ti seguo sulla fiducia.</p>
<p>Già lo so i maligni che stanno pensando. Vi stronco subito perché non ho voglia di litigare. Io non sono VIP. Ho solo un blog che ha racimolato 53 milioni di visite e un’account Twitter attivo da settembre del 2007. Ho impiegato 3 anni e mezzo di nottate davanti allo schermo del portatile per arrivare a 44.000 followers. Ho anche speso un mucchio di tempo ad ammorbarvi con 30,200 tweets. Se avessi investito meglio il mio tempo adesso magari avrei una decina di bestseller pubblicati da Mondadori. Ma mi accontento delle piccole cose. Preferisco uscire a cena con le ragazze che conosco su Twitter. Quindi non provateci nemmeno, vi censuro i commenti. Giuro.</p>
<p>Io non sono l&#8217;unico caso. Siamo in tanti. Cresciuti parallelamente alla crescita di questo social network. Molti sono arrivati dopo e l&#8217;hanno avvelenato con quello che è puro spam.</p>
<p>Un’ultima cosa. Le persone non sono così sprovvedute. Vi dico un paio di formulette per sgamare gli inghippi. 100.000 followers, un migliaio di tweet e una decina di following è <em>no buono</em>. 100.000 followers, 100.000 following è <em>no buono</em>. Fate le vostre proporzioni per regolarvi su quando un account è reale o pompato.</p>
<p>Se però proprio volete i vostri cinque minuti di gloria, confidando sulla superficialità della gente che si basa solo sul numero dei vostri followers, bene, buttate pure i vostri soldi comprando followers.</p>
<p>Non vi ho detto una cosa. È una strategia pericolosa. Perché se Jack Dorsey e i suoi se ne accorgono, nonostante siano in qualche modo tolleranti, rischiate che vi chiudono l’account. Per sempre. </p>
<p>A quel punto ci sarà poco da fare. Dovrete ricominciare da zero, con un account nuovo di zecca. 10 followers al giorno per i prossimi 10 anni.</p>
<p>Dopo non venite a piagnucolare da me.</p>
<p>Vi avevo avvertito in tempo che in fondo è tutta una grande menzogna.</p>
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		<title>Google ha ucciso l&#8217;innovazione: ora è solo una advertising company</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 20:24:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Lupetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Popular]]></category>
		<category><![CDATA[spotlight]]></category>

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		<description><![CDATA[Google: da  "innovation factory" a "ad company". Lo sfogo di un ex googler. Tra delusioni e nuovo corso con Larry Page al comando.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nome James Whittaker ai più non dirà niente. È un ingegnere che fino a qualche giorno fa lavorava a Mountain View, California, al 1600 di Amphitheatre Parkway. È uno dei luoghi più famosi della contea di Santa Clara che ospita il quartier generale di Google.</p>
<p>Qui, negli uffici del Googleplex, arrivano centinaia di curriculum ogni giorno da parte di ragazze e ragazzi che provengono da ogni parte del mondo, desiderosi di entrare a far parte di una delle aziende più innovative e di successo della nostra epoca.</p>
<p>Per alcuni è il colpo della vita. Per altri un’enorme delusione.</p>
<p>Whittaker appartiene alla seconda categoria. Dopo alcuni anni decide di tracciare una linea col proprio passato a Google e consegna una lettera di dimissioni senza troppi drammi o rimpianti. In molti lo incalzano e gli chiedono spiegazioni per quella scelta apparentemente sconsiderata.</p>
<p>La risposta arriva <a href="http://blogs.msdn.com/b/jw_on_tech/archive/2012/03/13/why-i-left-google.aspx">dalle pagine del suo blog</a> e fa riflettere. Perché non è il solo a pensarla così. Perché i malumori di alcuni insider di Google strisciano ormai da diverso tempo in rete. Perché qualcosa nello spirito iniziale della creatura di Page e Brin è ormai cambiato e forse aveva ragione Steve Jobs nel sostenere <em>“don’t be evil: it’s just a bullshit.”</em></p>
<p>Google che abbiamo conosciuto non esiste più. La compagnia che motivava i propri impiegati ad innovare è solo un ricordo del passato. La nuova Google è un mastodonte che si è trasformata da una tech company ad una advertising company con un unico mandato aziendale: attrarre inserzionisti sulle proprie pagine.</p>
<p>Larry Page sembra ossessionato esclusivamente da Facebook. Il nuovo corso aziendale è quello di puntare sul “social”. Google+ è diventato una priorità assoluta. La tiepida accoglienza che ha ricevuto da parte degli utenti pare stia togliendo il sonno alla triade Page, Brin e Schmidt. Mark Zuckerberg a Palo Alto se la ride, seduto sopra una fortuna di 800 milioni di utenti valutata 100 miliardi di dollari.</p>
<p>Google Labs, l’incubatore di idee che ha sfornato Gmail, è stato chiuso in tutta fretta per evitare di disperdere inutilmente energie e focalizzarsi sul core. Managerialmente parlando è una scelta che può avere senso. Le cantonate, a onor del vero, sono state clamorose. Buzz, Wave, Latitude, solo per citarne alcune.<br />
Ma Google non è nell’immaginario collettivo un’azienda come tutte le altre. Con la chiusura di Google Labs è venuto meno uno dei simboli più significativi dell’innovazione interna. Molti hanno storto la bocca. A molti non è andata giù. Molti si sono sfilati e sono passati alla concorrenza. Dicono che a Facebook si respiri (ancora) tutta un’altra aria.</p>
<p>La vecchia Google era un posto speciale in cui lavorare. Forse la nuova non lo è poi più così tanto.</p>
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