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Twitter, Ruby e l’inarrestabile ascesa dei paladini digitali della giustizia

Karima El Mahroug, al secolo "Ruby Rubacuori"
Karima El Mahroug, al secolo "Ruby Rubacuori"

Sono quelli che difendono la correttezza e i buoni sentimenti sui social network e che si autoassolvono non appena diventano come quelli contro cui, armati di smartphone e Twitter, combattono.

Ilda Boccassini:«Ruby? La sua è una furbizia orientale, tipica delle sue origini».
Nel medioevo li avresti visti in sella a uno stallone di razza con indosso un mantello e un’armatura scintillante. Pronti a imbarcarsi in qualsiasi crociata in nome del più nobile ideale pur di attirare consenso personale. Oggi le cose sono un po’ cambiate. Al cavallo s’è sostituito un profilo Twitter. All’armatura, un più pratico smartphone. Ma lo spirito battagliero è rimasto tale e quale. Sempre pronti a nuove entusiasmanti avventure, questa volta rigorosamente digitali, in nome di una scialbissima giustizia. La loro.

Negli ultimi giorni quelli che chiamo i paladini digitali della giustizia hanno mostrato il meglio delle loro doti camaleontiche. Il ritorno alla ribalta del caso Berlusconi-Ruby è stato un banco di prova di quelli che fanno la differenza. Uomini e donne che fino a ieri si sarebbero avventati contro chiunque avesse sibilato mezza parola fuoriposto nei confronti del sesso nobile, oggi si ritrovano tutti d’accordo nel concludere che dare della “troia”, “puttana”, “mignotta psicopatica”, “bocchinara” a Karima El Mahroug, al secolo Ruby Rubacuori, oltre che socialmente accettabile è quasi un atto dovuto.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

A quelli che non appena sentono nominare Silvio Berlusconi vengono assaliti da un attacco di dissenteria fulminante faccio solo un invito. Prima di interrompere qui la lettura e correre a commentare a casaccio abbiate la pazienza di arrivare alla fine di questo post.

Provate a disgiungere i due aspetti. Che non vi piaccia Berlusconi va pure bene. È giusto, sacrosanto e legittimo. Però qui il discorso è di tutt’altro tenore. Strumentalizzare una ragazza per colpire qualcun altro e per giustificare in questo modo una vostra convinzione è solo un atto di vigliaccheria. Se Ruby ha fatto quello che ha fatto è solo affar suo. Ognuno col proprio corpo fa quello che vuole. I moralisti dell’ultim’ora fuori di qui per cortesia.

Se vi infoiate così tanto quando sono gli altri ad esprimersi in un certo modo, non potete autoassolvervi quando siete voi a utilizzare quegli stessi registri linguistici. Se dare della “troia”, “puttana”, “mignotta psicopatica”, “bocchianara” a una donna è male, deve essere male sempre. Altrimenti risparmiateci i vostri inni alla gioia e alle buone intenzioni su Twitter. Perché più che nobili cavalieri assomigliate tanto a vittime di un relativismo mosso dal pregiudizio. E non spiccate più di quanto non lo facciano quelli che, armati di smartphone, provate scialbamente a combattere a botte e risposte da 140 caratteri.

NB: Vi avverto. Così non perdete tempo a scrivere sciocchezze. I commenti palesemente fuori tema e quelli offensivi li cancellerò. A mio insindacabile giudizio. Vanno bene le opinioni, purché siano civili. Altrimenti non appellatevi alla libertà incondizionata della rete. Da queste parti non esiste.

Facebook Home: un flop annunciato

Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook
Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook

Facebook “Home”, il launcher per Android presentato il 4 aprile da Zuckerberg non riscuote il successo sperato. E l’HTC First, il primo “Facebook Phone”, un flop imbarazzante.

Le premesse sembravano grandiose. Le voci circolavano da mesi. Mark Zuckerberg avrebbe dovuto presentare uno smartphone nuovo di zecca targato Facebook. Pochi giorni prima dell’evento dello scorso 4 aprile, i rumors si erano però ridimensionati di brutto. Così tanto che quando abbiamo visto Zuckerberg che giocherellava con Facebook Home, in tanti ci siamo chiesti se non fosse una specie di scherzo di cattivo gusto.

L’idea poteva anche suscitare un pizzico d’interesse. L’entusiasmo si è però spento subito. Giusto il tempo d’istallarlo, provarlo per un paio di minuti e non vedere l’ora di liberarsene. La realizzazione di Home è pessima. Secondo le statistiche del Play Store di Google è stato scaricato più di un milione di volte. Se vi sembrano tante, Mark Zuckerberg qualche tempo fa aveva dichiarato:

«Mettiamo anche che realizziamo un telefono e otteniamo come risultato che 10 milioni di persone lo usino, per noi non sposterebbe l’ago della bilancia. Facebook ha un miliardo di utenti».

Figuriamoci con un software che fatica a raggiungere appena il milione di download. Che figuraccia.

L'HTC First presentato il 4 aprile 2013, ha venduto appena 15.000 unità.

L’HTC First presentato il 4 aprile 2013, ha venduto appena 15.000 unità.

Su una scala da 1 a 5 il punteggio medio con cui il launcher di Facebook è stato valutato dagli utenti è 2,2. Imbarazzante. Ma il peggio è che l’HTC First, lo smartphone con Facebook Home preinstallato, che HTC ha presentato il 4 aprile, sarà ritirato dal mercato in tempi record. Le vendite sono vergognosamente basse. Appena 15,000 unità vendute nonostante gli sforzi dell’operatore AT&T che, pur di liberarsene, lo ha piazzato ad appena 0,99$. Si avete letto bene. Meno di un dollaro. Niente da fare. E vi ripropongo quello che avevo scritto all’epoca sull’HTC First:
«Verso la fine ha fatto la sua comparsa lampo sul palco Peter Chou, CEO di HTC. Teneva in mano l’HTC first, il primo smartphone Android che monterà nativa l’interfaccia “Home” di Facebook. Ha parlato sì e no per trenta secondi. Non pareva granché contento. Magari si stava chiedendo cosa ci facesse lì e se di quel terminale ci fosse poi un così gran bisogno».

Twitter e il caso di Enrico Mentana: perché non bisogna mai cedere al branco digitale

Enrico Mentana, direttore del TG La7.
Enrico Mentana, direttore del TG La7.

Alla fine è andata così. Il mitraglietta è stato mitragliato. “Enrico Mentana abbandona Twitter” diventa subita notizia nazionale. Tra le più lette sui quotidiani online. Lui pare proprio l’abbia presa malissimo. Si scatena sulla sua pagina Facebook rivolgendosi al branco digitale che nei giorni scorsi lo ha assalito sul social network da 140 caratteri. Li chiama “fattoidi” di Twitter. Spiega le sue ragioni e subito scatena un inferno di reazioni.

C’è poco da discutere sul fatto che Mentana abbia fatto bene o abbia fatto male ad andarsene da Twitter. Inutile che gli spariate contro accusandolo di essere una specie di codardo se decide di scansarsi all’ultimo secondo davanti a una slavina di merda che lo sta investendo in pieno.

L’effetto moltiplicatore di Twitter può avere degli effetti devastanti. Se qualcuno iniziasse a far girare certe affermazioni per niente piacevoli su di voi, state pure certi che i paladini della giustizia digitale, sempre a caccia di misera gloria sui social network, non vedranno l’ora di cavalcare l’onda e scatenarvi l’intera cavalleria addosso. Nessuno di questi che però abbia mai un briciolo di scrupolo o d’intelligenza da chiedersi preventivamente se la cosa fosse vera oppure no.

Essere assaliti da un’orda di barbari su Twitter è un’esperienza per niente piacevole. In genere sono gli stessi soggetti che, quando leggono di quelle tragiche notizie sulla ragazzina di turno che si lancia dalla finestra perché vittima di ciberstalking, riempiono i loro profili di frasi compassionevoli e di condanna verso i carnefici. Quando c’è da fare i fighetti contro il personaggio in vista o il politico di turno però, si trasformano. E diventano tali e quali a quelli che assillano la ragazzina. Tradotto in tre parole, idioti crudi e puri.

La scelta di abbandonare Twitter, caro Mentana, serve a poco. Posso capirla. Ma tanto, come si dice a Roma, “ce stai o nun ce stai, te perculamo lo stesso”. Morale. Meglio rimanere. Bloccare questi profili, uno a uno. Senza neanche sprecarsi a rispondere o dare troppe giustificazioni. Restare è un atto di forza che serve per affermare il sacrosanto diritto di esserci nella giusta maniera. Di poter affermare quello che si pensa alle tante persone che invece hanno l’educazione di ascoltare e interagire in modo socialmente accettabile con noi. Cedere al branco significa cedere alla stupidità. E questo contribuisce nient’altro che a rendere il Web un posto meno interessante. Riservato solo a un gruppetto di invasati con poco cervello e tanta bava in bocca.

Gli sciacalli dei social network

Sfruttando l’immagine di personaggi famosi o eventi di immediata risonanza mediatica costruiscono pagine su Facebook che rinviano a contenuti o siti esterni. Facendosi pagare profumatamente. Ecco chi sono i moderni sciacalli della rete.

Massimo Troisi

Massimo Troisi

Sono gli sciacalli dei social network. Sono singoli individui o società che, cavalcando l’onda emotiva di eventi di grande risonanza mediatica, lucrano senza scrupoli sfruttando impropriamente l’immagine di determinati personaggi o specifici avvenimenti.

Per capire come funziona questo florido mercato bisogna fare una piccola premessa. Le pagine Facebook che hanno centinaia di migliaia di fan sono piccole miniere d’oro. La visibilità ai tempi della rete costa cara. E se ce l’hai la puoi rivendere sotto forma di pubblicità. Raccogliere un’ampia base di fan su una pagina non è però per niente semplice. A meno che non siate un personaggio famoso. E se non lo siete potete sempre impersonarlo. Se poi il personaggio in questione è passato a miglior vita il boom è garantito.

Lo scopo di facciata di queste pagine è quello di tener viva la memoria della persona a cui sono dedicate. Riescono a raggiungere anche diversi milioni di fan. Visto così sarebbe tutto molto nobile. Se non fosse che tra un aggiornamento e l’altro compaiono sempre più spesso post che col personaggio in questione non c’entrano un bel niente. Poche ore fa sulla pagina dedicata a Massimo Troisi, che ha 1,1 milioni di fan, è comparso questo aggiornamento che rinvia a un sito esterno e che con Troisi ha molto poco a che vedere. La domanda è per quale motivo?

L'aggiornamento comparso sulla pagina di Massimo Troisi

L’aggiornamento comparso sulla pagina di Massimo Troisi

Su altre pagine la situazione è anche peggiore. Continui post pubblicitari che rinviano a siti di giochi online o annunci per adulti. Ora, non ci sarebbe niente di male se un personaggio pubblico volesse sfruttare la sua immagine a fini promozionali. Peccato però che le pagine in questione sono gestite da individui che non hanno niente a che fare con le persone (in molti casi defunte) a cui queste pagine sono dedicate. La bizzarra vicenda della pagina di Pietro Taricone è abbastanza indicativa del fenomeno.

Cercando nel sottobosco della rete non è difficile trovare su Google svariati post pubblicati su vari forum che propongono la vendita di “post pubblicitari” su questo genere di pagine. Tutto perfettamente dettagliato. Modalità, prezzi, visibilità garantita.

Se siete a conoscenza di casi simili segnalateli nei commenti. Nei prossimi giorni pubblicherò un report di dattaglio sull’argomento. Cerchiamo di mettere un freno a questo sciacallaggio.