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Miracolo startup: storia a lieto fine di uno Zuckerberg italiano

Egomnia sbanca. 500 mila euro di fatturato nei primi 5 mesi del 2013.

Matteo Achilli: "Italian Zuckerberg" sulla copertina di Maggio 2012 di Panorama Economy

Matteo Achilli: “Italian Zuckerberg” sulla copertina di Maggio 2012 di Panorama Economy

Devo fare i miei complimenti a Matteo Achilli. Davvero sinceri. Forse avrete sentito parlare di lui come lo “Zuckerberg italiano”. Il nomignolo affettuoso non gliel’ho affibbiato io. L’idea risale a un annetto fa ed è stata di qualche geniale titolista di Panorama. Nella copertina dell’ultima uscita dell’inserto Economy, Matteo Achilli lo battezzavano così. Anzi, per rendere la cosa ancora più verosimile, in inglese, come “Italian Zuckerberg”.

Matteo è il fondatore di Egomnia. Un social network tutto italiano sul mondo del lavoro. La stampa nostrana, a caccia del fenomeno di turno, gli ha sempre rivolto una particolare e quasi morbosa attenzione. Per togliervi lo sfizio, della vicenda Egomnia ne avevo parlato in questo articolo datato luglio dello scorso anno. Leggetevelo se ve lo siete persi allora. Perché fece il botto. E come in tutti i film di successo che si rispetti c’è stato anche il seguito. E visto che vanno di moda le trilogie, questo sarà l’ultimo capitolo dedicato all’argomento. Lo giuro.

Oggi il Corriere della Sera è tornato alla carica. Video intervista a Matteo Achilli. Per la serie “L’Italia che riparte”, presentiamo “Matteo Achilli, lo Zuckerberg Italiano”. Ve la faccio breve. Egomnia nei primi 5 mesi del 2013 ha fatturato 500 mila euro. Alla faccia della crisi e della morte dell’imprenditorialità giovanile che affliggono l’Italia.

Complimenti Matteo. Davvero tanti e sinceri.

Faccio una domanda. Come fa un “social network” (le virgolette non sono messe lì a caso) come Egomnia, verosimilmente con non più di una decina di migliaia di iscritti e con un traffico – a guardare certi siti pubblici di statistiche – così avvilentemente basso a fare certi numeri?

Ci sono dati ufficiali, certificati da terze parti che si possono consultare? Tanto per dire: numero di utenti, traffico giornaliero, tempo medio degli utenti sul sito. Cose di questo genere.

Ora. Non è accanimento nei confronti di Egomnia, il mio. Anzi, esterno la mia più profonda e assoluta stima per chi riesce a raccapezzare certe cifre. Però 500 mila euro in cinque mesi, sono sempre 500 mila euro in 5 mesi. Fatemi contento per una volta. Voglio togliervi la soddisfazione di darvela vinta e vedermi costretto a rimangiarmi tutto quello che ho detto fino ad oggi sul fenomeno italiano delle startup. Perché, a guardare certi numeri, queste diavolo di startup fanno miracoli. Almeno così dicono.

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Quel brutto pantano in cui affonda l’Agenda Digitale italiana

Francesco Caio
Amministratore delegato di Avio
AGENDA DIGITALE
Mister
Digitale
Basterà per far ripartire l’Agenda Digitale
italiana?

Ma insomma, fatemi capire. Ma questa famigerata Agenda Digitale Italiana a che punto è? Perché sapete, pare tanto una barzelletta di quelle che non fanno per niente ridere. Dal 2011, quando l’ex premier Mario Monti l’etichettò come una priorità per il Paese sono passati 2 anni e non siamo nemmeno ancora partiti. Lasciando perdere l’ovvia considerazione che 24 mesi ben poco si conciliano col concetto di “prioritario”, pare tanto che l’Agenzia per l’Italia Digitale, l’ente che dovrebbe attuarla, invece di iniziare a combinare qualcosa stia ancora impantanata in una palude che antepone la spartizione di poltrone alle attività operative.

Oggi è stato nominato il “Mister Agenda Digitale”, Francesco Caio, amministratore delegato di Avio. Cosa dovrebbe fare non s’è ben capito. Che per come lo descrive La Repubblica c’è quasi d’aver paura:«carattere spigoloso, si racconta di lui che fa volare oggetti nell’ufficio se arrabbiato». Per sicurezza gli hanno messo affianco degli “esperti”. Quelli, converrete tutti, servono sempre. I nomi riportati da Repubblica sono Francesco Sacco, Benedetta Rizzo e Luca De Biase. Volevo suggerire al premier Letta che di esperti è pieno il mondo. Ogni tanto sarebbe opportuno rimescolare le palline e magari far saltar fuori dall’urna qualche altro nome. E siccome sono uno misericordioso, stavolta il consiglio lo do prima. Giusto per evitare altre figuracce come questa.

Sempre in tema di nomine a ottobre 2012 era stato nominato Agostino Ragosa. Direttore Generale dell’Agenzia. Anzi no. Commissario. C’è una differenza sostanziale. Non è solo pura semantica. Inghippi burocratici, sapete com’è. E poi ci sono 150 persone di organico con 16 posizioni dirigenziali finite nel mirino della Corte dei Conti. Troppi e dai costi troppo elevati segnalano i magistrati. Che visto il periodo di crisi, forse di scialacquare non è proprio il caso.

E come se non bastasse, a rendere il tutto più complicato, c’è il problema di un’ingarbugliatissima sovrapposizione di competenze e responsabilità che sul tema del digitale sono sparpagliate senza logica tra il ministero dell’Economia, della Pubblica Amministrazione, dello Sviluppo e dell’Istruzione. Una confusione spaventosa. Per un giocattolo che non ne vuole sapere di partire.

Magari è giunto il momento di raddrizzare la rotta. Più che altro per non dare l’impressione di ricadere sempre nel radicato vizio italico. Quello di mettere in piedi, con la connivenza della classe politica, sovrastrutture burocratiche del tutto inutili. Stavolta, per pietà, risparmiatecelo.

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La rabbia degli investitori contro Facebook: «La IPO? E’ stata un disastro». Perso il 37% del valore.

FACEBOOK
-37%
«MARK, DOVE SONO I NOSTRI SOLDI?»
Cresce lo scontento dei piccoli e medi investitori. In un anno bruciato il 37% del capitale investito nelle azioni Facebook.

Poco più di un anno fa erano partiti sparati, con la più imponente offerta pubblica d’acquisto (IPO) della storia americana, piazzandosi al primo posto della classifica seguiti da Visa e General Motors. Tredici mesi dopo, gli investitori si sarebbero ricordati con un certo fastidio giusto della faccia sbarbata, tutta un sorriso, di Mark Zuckerberg che nella sede del Nasdaq di New York suonava divertito la campana per dare il via agli scambi della giornata. Peccato che a distanza di mesi, di divertente ed esaltante c’è rimasto ben poco.

Le azioni Facebook hanno cominciato a perdere valore fin da subito. A settembre hanno toccato il fondo dei 17 dollari. A maggio di quest’anno erano risalite a 28. Oggi, dopo aver registrato un costante trend negativo negli ultimi due mesi, scivolano verso i 23 dollari.

Con l’IPO Facebook ha raccattato la bellezza di 16 miliardi di dollari. Peccato che gli investitori grandi e piccoli ci abbiano rimesso più del 37% del capitale speso per acquistare le azioni d’oro che si sono rivelate invece delle patacche. Una grandissima speculazione nel rispetto della più classica tradizione della finanza creativa americana.

Per lo sbarco in borsa, Morgan Stanley valutò Facebook 107 volte più di quanto il social network avesse guadagnato negli ultimi 12 mesi. Pochi giorni prima della IPO, la banca d’affari aumentò del 25% il numero di azioni disponibili alzandone contestualmente il prezzo. I conti se li sono fatti bene. Visto il clamore attorno al social network, qualcuno avrà pensato che pompare le azioni e il prezzo oltre i limiti del ragionevole avrebbe potuto attirare facilmente un mucchio di investitori. Si chiama strategia “hit e run”. Mordi e fuggi. Se l’architetti bene, in genere, abboccano in tanti. Ti porti a casa un mucchio di quattrini e lasci gli investitori in mutande.

Bloomber oggi ha riportato alcuni dettagli del primo meeting che Facebook ha recentemente avuto con gli shareolder. In tanti non hanno taciuto la loro frustrazione. Qualcuno ha tagliato corto: «è stata un disastro!». Qualcun altro ha chiesto «vorrei sapere se avete una qualche strategia per far risalire il prezzo delle azioni in un futuro non troppo lontano».

Zuckerberg sotto il fuoco incrociato ha dato la solita risposta che ormai si affanna a ripetere da mesi, per smorzare le polemiche: «Stiamo creando un network che ogni giorno acquista sempre più valore nel mondo e crediamo che, così facendo, nel lungo periodo genereremo il maggior valore possibile per i nostri azionisti». Sarà. Nell’ultima settimana le azioni sono scivolate di un altro 13,81%.

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Chi è Edward Snowden, la gola profonda che ha svelato il progetto PRISM

Edward Snowden, 29 amniDa dieci anni lavora nell’intelligence degli Stati Uniti
CYBERWAR
Project
PRISM
Edward Snowden, la gola profonda che ha svelato il progetto Prism

Si chiama progetto Prism. È un’infrastruttura in mano al governo degli Stati Uniti in grado di intercettare qualsiasi tipo di telecomunicazione a livello globale. A svelarla con enorme clamore a livello globale è stato il quotidiano Guardian che qualche giorno fa ha pubblicato un documento top-secret contente una serie di informazioni sul progetto. Quello che segue è l’adattamento in italiano di una lunga intervista comparsa oggi sul Guardian a Edward Snowden, 29 anni, la gola profonda di una delle più imbarazzanti fughe di notizie della storia del governo americano. Vale la pena leggerlo. Qui trovate l’intervista video del Guardian.

Chi è Edward Snowden
«Il governo americano si è concesso un privilegio e un potere di cui non ha alcun diritto.»

La persona responsabile di una delle più significative fughe di notizie nella storia politica degli Stati Uniti si chiama Edward Snowden un ex assistente tecnico della CIA, che attualmente lavora per l’agenzia di difesa Booz Allen Hamilton. Il Guardian, dopo diversi giorni di colloqui, ha deciso di rivelare la sua identità dietro sua espliciata richiesta. Fin dal primo momento in cui ha deciso di rendere pubblici numerosi documenti top-secret, Snowden è stato determinato a non optare per la tutela dell’anonimato. «Non ho intenzione di nascondere chi sono perché so di non aver fatto nulla di male». Snowdend passerà alla storia come una delle più importanti gole profonde d’America insieme a Daniel Ellsber e Bradley Manning. È responsabile di aver sottratto materiale da una delle organizzazioni più segrete al mondo, l’NSA. Nonostante la sua determinazione nel voler svelare la propria identità, Snowden ha ripetuto insistentemente di voler evitare i riflettori dei media.

«Non voglio attirare l’attenzione pubblica su di me perché non voglio che la storia sia su di me. Voglio che l’attenzione sia sui ciò che il governo degli Stati Uniti sta facendo. So che i media amano personalizzare i dibattiti pubblici e so anche che il governo mi demonizzerà per quello che ho fatto. Voglio soltanto che l’attenzione rimanga su questi documenti e sul dibattito che spero scateneranno nei cittadini di tutto il globo su qual è il tipo di mondo in cui vogliamo viver. il mio unico scopo è quello di informare le persone su ciò che viene fatto per loro e ciò che viene fatto contro di loro».

Snowded ha una vita che definisce «comoda». Un salario di circa 200.000 dollari all’anno, una ragazza con cui condivide una casa alle Hawaii, una carriera stabile e una famiglia che ama.

«Sono disposto a sacrificare tutto quello che ho perché in tutta coscienza non posso consentire al governo degli Stati Uniti di distruggere la privacy, la libertà della rete e le libertà basilari delle persone con questa massiva macchina di sorveglianza che sta costruendo segretamente.»

LA SMENTITA
James Robert Clapper, Direttore della National Intelligence I recenti report sulla National Security Agency che monitorerebbe internet e le comunicazioni telefoniche degli americani sono del tutto inaccurati.
La fuga a Hong Kong
Le aziende coinvolte nel progetto PRISMSecondo il Guardian e il Washington Post, PRISM attingerebbe le informazioni direttamente dai database di nove delle più importanti aziende di tecnologia degli Stati Uniti: Microsoft, Google, Yahoo, Facebook, PalTalk, YouTube, Skype, AOL e Apple.

Tre settimane fa Snowden ha messo a punto i preparativi finali. Nell’ufficio dell’NSA delle Hawaii dove lavorava ha copiato l’ultimo set di documenti che avrebbe svelato. Ha avvisato il proprio supervisore all’NSA dicendo che doveva assentarsi dal lavoro per un paio di settimane per ricevere delle cure contro l’epilessia, una malattia di cui ha scoperto di soffrire lo scorso anno dopo una serie di attacchi. Ha fatto i bagagli, ha detto alla sua fidanzata che doveva star via da casa pèr alcune settimane rimanendo vago sui motivi, senza destare sopsetti. «Non è un evento così raro per qualcuno che ha passato gli ultimi dieci anni a lavorare nel mondo dell’intelligence».

Il 20 maggio Snowden si è imbarcato su un volo diretto a Hong Kong, in Cina, dove è rimasto fino a oggi. Ha scelto questa città perché «hanno un forte impegno verso la libertà di parola e i diritti dei dissidenti politici». E probabilmente perché la Cina è l’unico paese al mondo che in questo momento è in grado di resistere ai diktat di Washington.

La smentita di Microsoft «Forniamo i dati dei nostri clienti solo quando riceviamo un mandato legalmente vincolante e non su base volontaria. Inoltre abbiamo sempre e solo rispettato gli ordini relativi ad account specifici. Se il governo ha un programma più ampio per la sicurezza nazionale, noi non vi partecipiamo»

Nelle tre settimane successive al suo arrivo si è sistemato in una stanza di un hotel. «Ho lasciato la camera forse tre volte durante l’intero soggiorno». È profondamente preoccupato di poter essere spiato. Imbottisce la porta della stanza con i cuscini per evitare di essere intercettato. Usa un largo mantello rosso per coprire la testa e il laptop quando inserisce le proprie password per evitare che una videocamera segreta possa individuarle. Può sembrare paranoia. Ma per uno come Swoden che ha lavorato per quasi dieci anni nell’intelligence ci sono buone ragioni per quel genere di paure. Sa che la più grande e segreta organizzazione di sorveglianza dell’America insieme al governo più potente del pianeta lo stanno cercando.

Da quando il materiale che ha trafugato ha cominciato ad attirare l’attenzione, Ha visto la televisione e monitorato internet ascoltando tutte le minacce e le promesse di provvedimenti penali emanati da Washington. Conosce fin troppo bene la sofisticata tecnologia in possesso del governo Americano e quanto sia facile per loro rintracciarlo. L’NSA e le altre forze dell’ordine hanno visitato la sua casa alle Hawaii già due volte e hanno contattato la sua fidanzata.

Barack Obama «Il programma PRISM non è applicato ai cittadini statunitensi o a quelli che stanno attualmente vivendo negli USA».
Le conseguenze per Snowden

Gli Stati Uniti potrebbero avviare un procedimento di estradizione contro di lui dal corso potenzialmente problematico, lungo e imprevedibile per Washington. I cinesi potrebbero farlo sparire per interrogarlo vedendolo come un’utile fonte di informazioni. Oppure qualcuno potrebbe rapirlo e caricarlo su un aereo diretto in territorio statunitense. Avendo constatato come l’amministrazione Obama ha perseguitato gli informatori come lui, Snowden si aspetta che il Governo degli Stati Uniti utilizzerà tutto il suo peso per punirlo. Ripete calmo, «non sono preoccupato, questa è la scelta che ho fatto». Prevede che il governo lancerà un’indagine accusandolo di aver violato l’Espionage Act.

L’unico momento in cui Snowden si lascia andare all’emozione durante le molte ore di colloquio coi giornalisti del Guardian è stato quando ha riflettuto su quale impatto le sue scelte potrebbero avere per i suoi familiari, alcuni dei quali che lavorano per il governo degli Stati Uniti. «La sola cosa di cui ho paura è l’effetto dannoso che avrà la mia scelta sul destino della mia famiglia che non sarò più in grado di proteggere. È ciò che mi fa restare sveglio la notte», dice prima che i suoi occhi si riempiano di lacrime.

Nonostante le forti convinzioni di Snowden la domanda è: perché lo ha fatto?

«Ci sono cose più importanti del denaro. Se fossi motivato dai soldi avrei potuto vendere questi documenti a qualsiasi paese diventando ricco. Il governo americano si è concesso un privilegio e un potere di cu non ha alcun diritto.»

Parlando del suo futuro resta vago. La sua speranza è quella di trovare asilo in Islanda anche se potrebbe rimanere solo una sorta di vago desiderio irrealizzabile. Poi davanti all’enorme dibattito pubblico che la sua fuga di notizie ha generato a livello globale conclude: «sono soddisfatto che di tutto questo ne sia valsa la pena, non ho alcun rimpianto».